Lo studio dell'Associazione per l'economia della cultura ROMA Il ministero per i Beni culturali in nove anni ha aumentato vertiginosamente la quota di spese per personale, amministrazione e affari generali, che è passata dal 4 per cento della spesa totale del 2000 al 24 per cento del 2008. Nello stesso periodo è crollata la quota per la protezione dei beni culturali e paesaggistici (dal 51 al 30 per cento). Stabili le quote per spettacoli dal vivo e cinema (dal 28 al 30 per cento) e per beni librari e archivistici (dal 17 al 16 per cento). Dati crudeli, che vengono da uno studio dell'Associazione per l'economia della cultura, presieduta da Innocenzo Cipolletta, professore di Politica economica e finanziaria alla Luiss. La questione si legge nella ricerca è capire se questo dirottamento di spesa verso dipendenti e amministrazione sia dovuto a interventi di modernizzazione (sistemi statistici e informativi, superamento di squilibri territoriali) o si tratti semplicemente di «una più accentuata burocratizzazione». E, in ogni caso, «non sarebbe accettabile che il necessario ammodernamento abbia luogo a scapito della tutela del nostro patrimonio». La ripartizione della spesa ha dunque danneggiato manutenzione e valorizzazione dei nostri beni culturali. Ma i finanziamenti sono andati calando anche in assoluto. La spesa del Ministero ha toccato il picco nel 2000 con 2.499 milioni di euro. Da quell'anno iniziò un trend negativo, con il fondo più basso nel 2006 (1.917 milioni), seguito da un lieve recupero (2062 nel 2008). Nell'intero periodo la spesa del ministero a "euro costanti" (considerando i mutamenti del potere d'acquisto) è diminuita del 31 per cento. Non si può addebitare tutto alla crisi, poiché i tagli sono cominciati con largo anticipo sulla caduta delle economie. «Altri Paesi europei spendono molto più di noi per la cultura e noi abbiamo un patrimonio molto più grande», sintetizza Cipolletta. In Francia, Germania e Stati Uniti negli ultimi anni i finanziamenti statali alla cultura hanno tenuto o sono lievemente aumentati, proprio per il ruolo anticiclico, cioè di contrasto alla crisi, attribuito agli investimenti culturali. Ha ricordato il professor Andrea Carandini, sul Corriere: nel 2010 i fondi per i Beni culturali in Italia sono stati lo 0,21 per cento del Pil, contro circa il 2,25 per cento di Francia, Germania e Inghilterra. Fra le conseguenze di questi numeri rientrano probabilmente anche il crollo a Pompei e il cattivo stato di molti siti archeologici e musei.