Il loro male è stato causato dall'assenza totale di infrastrutture progettate e mai realizzate e dall'elevato numero di abitanti lì «deportati» come in un dormitorio Per molti, e tra questi la sindaca Iervolino, le Vele di Scampia sono divenute per molti l'emblema del degrado sociale napoletano. Nell'agosto 2005 l'onorevole Iervolino in una trasmissione televisiva dichiarò pubblicamente che avrebbe fucilato l'architetto che le aveva realizzate, nonostante il grande Franz Di Salvo ahimè era già deceduto dal lontano 1977. E pochi anni prima, nel 2003, era stata organizzata e allestita una importante mostra sull'opera di Di Salvo, curata dall'attuale assessore all'Edilizia Pasquale Belfiore. Furono esposti i suoi progetti, primo fra tutti quelli delle «Vele»; lavoro documentato in un catalogo curato da Gaetano Fusco. La mostra vide coinvolte le massime istituzioni, dal ministero per i Beni e le attività culturali alle università, dalla Provincia agli ordini professionali. Ma che le Vele rappresentino un significativo esempio di architettura della seconda metà del secolo scorso è indubbio, lo hanno scritto tra l'altro illustri critici e storici dell'architettura, tra questi vale la pena citare uno per tutti Renato De Fusco che nel suo libro Napoli nel Novecento le descrive attentamente, citando i grandi modelli di riferimento ed evidenziando pregi e anche gli eventuali difetti costruttivi e carenze realizzative. Sono trascorsi dieci anni, quattro delle Vele sono state demolite, è giunta la metropolitana a servizio della zona. Nel frattempo il Comune aveva stipulato una convenzione con la facoltà di architettura di Napoli per studiare le possibili ipotesi di ristrutturazione e riconversione delle Vele, anche in caso di demolizione; consulenza che ha avuto come coordinatore scientifico Antonio Lavaggi e progettisti per le ipotesi di recupero Francesco Bruno e Gabriele Szaniszlo, tutti professori alla Federico II. Che fine hanno fatto i risultati dello studio di illustri universitari consegnata al Comune? Continuare a sostenere che tutto il male di Scampia sia dovuto solo all'architettura sembra paradossale e quanto meno demagogico. Inoltre va considerato fatte salve poche eccezioni, mi riferisco alla costruenda piazza della Socialità che gli edifici realizzati recentemente in quella zona, per ospitare gli ex abitanti delle Vele, sono delle strutture prive di qualità architettonica e che già oggi evidenziano il segno del tempo. Le Vele indubbiamente hanno rappresentato un fallimento, ma non architettonico, bensì sociale: il loro male è stato causato dall'assenza totale di infrastrutture progettate e mai realizzate, dall'elevato numero di abitanti lì «deportati» come in un dormitorio, dalle trasformazioni dei piani terra in locali abitativi e quant'altro già riportato puntualmente e con attento senso critico da Ugo Carughi in un recente articolo su la Repubblica. Dopo aver scritto tanto, anche e soprattutto sulle pagine di questo giornale a favore del mantenimento delle Vele, non avevo più intenzione di ritornare sull'argomento pur apprezzando e condividendo in pieno la posizione del Sovrintendente Stefano Gizzi di conservare almeno una di esse, ma non è possibile tacere dopo le recenti dichiarazioni del sindaco sul tipo: le Vele vanno demolite, andremo avanti e se il Sovrintendente o altri ritengono che come architettura siano valide, si facciano delle belle foto e le conservino. Con questa ottica e logica dovremmo pensare di demolire e cancellare tutte quelle architetture ove si sono consumati i sacrifici dei martiri dal Colosseo alle Arene, dal complesso di Auschwitz a tanti altri che nel corso della storia hanno segnato negativamente la società. La memoria e la storia rappresentano la forte caratterizzazione del patrimonio culturale italiano, lette attraverso la stratificazione accumulatasi nei secoli nella sua architettura. Non possiamo dimenticare inoltre che proprio nella seconda metà del Novecento in Italia, e a Napoli in particolare, gli esempi significativi di architettura sono rari, e quei pochi vanno conservati e tutelati, chiaramente non nelle condizioni di degrado strutturale e sociale in cui vertono, ma, in particolare per le Vele, con un cambio di destinazione d'uso realizzato in base a studi e progetti già elaborati, in modo da far rivivere la Vela superstite come emblema della rinascita della periferia nord di Napoli e di un tessuto sociale da riqualificare.
Napoli. Quanto veleno su quelle Vele. Eppure, all'assessore piacevano
Le Vele di Scampia a Napoli sono state criticata per il loro degrado sociale e architettonico. L'architetto Franz Di Salvo le realizzò nel 1977, ma le Vele furono demolite nel 2005. Nel 2003, una mostra sull'opera di Di Salvo fu organizzata, ma le Vele furono comunque demolite. Oggi, il Comune di Napoli ha iniziato a studiare la possibilità di ristrutturare o riconvertere le Vele. Un gruppo di universitari ha proposto di conservare almeno una delle Vele come emblema della rinascita della periferia nord di Napoli. Tuttavia, il sindaco di Napoli ha dichiarato che le Vele devono essere demolite.
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