Il terremoto trentanni dopo Il sindaco Salzarulo "Ci salveremo solo se ritorniamo allagricoltura, i giovani sono la speranza" "Chi come me aveva tre anni quando la scossa ci colpì, non conobbe il vecchio paese e ora non lo sente più suo" «Chi come me aveva tre anni quando venne il terremoto non ha conosciuto il paese che cera prima e per questo non lo sente suo. Anche perché, ricostruendo le case, sono stati cancellati i luoghi della memoria che erano rimasti impressi nel ricordo di una bambina, il giardino pubblico voglio dire, e lasilo». Lioni trentanni dopo quella sera maledetta. Bisogna rimettere insieme i fotogrammi che gli occhi di Enza, oggi trentatreenne laureanda in conservazione culturale e cuoca gradita a Slow Food, non hanno potuto vedere. Ma stenta a raccapezzarsi, questa è un "altra" Lioni, è un corpo di cemento senza anima anche se limmagine complessiva non è sgradevole e la ricostruzione delle case e delle strade è stata eseguita con criterio, salvando il verde e migliorando la qualità degli insediamenti. Laltra ricostruzione, quella scandita dallIrpiniagate, si è arenata, invece, nelle secche dellinefficienza e della corruzione politico-imprenditoriale e le cifre che snocciola il sindaco, Rodolfo Salzarulo, sono da brividi: negli otto insediamenti industriali il 60 dei capannoni o è in curatela fallimentare o è ritornato allAsi. Missione fallita o quasi, insomma. «Ci salveremo solo se ritorneremo allagricoltura», commenta il primo cittadino che guida una giunta di centrosinistra, «siamo pronti a cambiare passo: vogliamo un piano verde e una fiscalità di vantaggio per i giovani che hanno voglia di sporcarsi le mani». Sembra non avere dubbi il sindaco, ma il professore Vincenzo Lucido, preside dellIstituto Vanvitelli, lo riporta a terra: «Abbiamo voluto lindirizzo agrario, ma non siamo andati oltre i quattro iscritti. I giovani credono di affrancarsi dal complesso del cafone abbandonando i campi, si illudono». E i fatti gli danno ragione: la disoccupazione giovanile è schizzata ben oltre il 40. Si continua a passeggiare nel centro storico. Le immagini rimbalzano e nei ricordi si confondono con lurlo di Gerardino Calabrese, il tipografo, uno dei primi a lanciare via radio lallarme smentendo la Prefettura che continuava a dire che lepicentro del terremoto si trovava in Basilicata. I soccorsi, i più anziani lo ricorderanno, partirono in ritardo e il presidente Pertini andò in bestia. La Protezione Civile nacque in quei giorni e il prefetto Zamberletti organizzò i primi nuclei reclutando volontari dalle Alpi alla Sicilia. Gerardino lo trovi nella sua bottega, ma non ha più lo smalto di quegli anni: «Non è fallita solo la ricostruzione industriale, si è sbriciolata anche quella morale. Prima ci volevamo tutti bene, ora ognuno va per i fatti suoi. Sono circolati troppi soldi e quelli producono guai». Lì cera il cinema Nuovo, quella sera davano "Zombi" e in sala cerano seicento spettatori. Anche il "San Carlo", laltro cinema, e la discoteca "La Mela" erano imbottiti di giovani che venivano da tutti i centri dellAlta Irpinia: «La vera fortuna - ricorda con commozione Rosetta DAmelia, sindaco dal 98 al 2005 ed ora consigliere regionale - fu che questi tre grandi luoghi di aggregazione non crollarono, si aprirono in due parti e consentirono alla gente di mettersi in salvo. Anche io sono salva per miracolo, ero andata a trovare zia Teresa che ai quattro ferri mi stava facendo una calzamaglia che è rimasta a metà e che conservo gelosamente. Me ne andai da casa sua pochi attimi prima del terremoto, mi girava la testa, la scossa mi sorprese mentre salivo le scale». I toponimi sono gli stessi, piazza San Rocco e larco che spezza in due la piazzetta dellAnnunziata si riconoscono a prima vista, ma molti negozi hanno nomi inglesi e latmosfera non è più quella calda dellantica cultura dellaccoglienza. Negli sguardi dei giovani si coglie piuttosto diffidenza, lospite che non si conosce viene guardato con sospetto - «cosa vuole questo», sembra che chiedano e Enza, la giovane guida, che ora ha trentatré anni e coltiva il sogno di coniugare larte con il cibo, si avvede dellimbarazzo: «Chi aveva tre anni è rimasto senza traumi, ma chi aveva quindici anni o insegue i fantasmi o è scappato via, lontano da Lioni ma anche da Napoli che non è più riconosciuta come capitale». Il senso di straniamento che si prova è molto forte e il preside Vincenzo Lucido, che è stato anche professore di Enza, riporta tutti con i piedi a terra e ricorda che Lioni non è ancora riuscita a scrollarsi di dosso il dramma del terremoto: «Il terremoto vero sta dentro di noi, nella nostra identità ferita». La sfida, dunque, è trovare una identità nuova che riconosca le radici e non provi gusto a tagliarle. E in questo sforzo una sosta dobbligo è alla sede del Gal, gruppo di azione locale, che sponsorizza piccoli progetti della tradizione utilizzando fondi speciali europei: un mulino ad acqua, un caffè letterario, il recupero delle grotte millenarie ideali per la stagionatura dei salumi e dei formaggi. E perfino la semina di un grano speciale messo a dimora da un senatore della zona, Cappelli. I giovani allievi dei Gal, che sono diretti da Mario Salzarulo, fratello del sindaco, producono anche "corti" cinematografici e gestiscono un ristorante la "Ripa" - nel borgo medievale di Rocca san Felice appena fuori Lioni. E qui ritroviamo Enza, la guida. È ai fornelli e i suoi menù cono stati elaborati con la consulenza gratuita degli chef di Slow Food che Carlo Petrini ha mandato in avanscoperta. «Lo aspettiamo - dice Enza - e speriamo di fargli trovare anche gli orti che abbiamo organizzato come fossero una sorta di museo in progress. Ci stiamo dando dentro, insomma, ma non dimentico che sto per laureami in conservazione dei beni culturali, anche se so che cibo e studio possono andare insieme» La nuova Lioni, dunque, ha i tempi di Enza Perna e lobiettivo è sempre lo stesso: scacciare il fantasma del 23 novembre di trentanni fa. «Ce la faremo», dicono ad un a voce Rodolfo Salzarulo e Rosetta DAmelio, «soprattutto se il Parlamento approverà la proposta di legge che abbiamo preparato per chiudere una volta per tutte le scorie e le ultime pratiche del terremoto». Un solo articolo, in pratica: cancellare con un frego rosso lo status di terremotato che oggi, come dice Rosetta DAmelio, «non ha senso e mortifica la nostra capacità di guardare oltre».