Sarà colpa delle dimensioni, ma il Colosseo suscita sempre sentimenti estremi, sproporzionati. Come le ultime proposte degli esponenti della Lega Nord: Giancarlo Pagliarini ha buttato lì l'idea di venderlo, il suo collega di partito e sottosegretario di Stato all'Economia Daniele Molgora si è più modestamente accontentato di suggerire una concessione ventennale «a una società che abbia interesse a rilevarne la gestione». Il sindaco Walter Veltroni l'ha presa con ironia, ricordando che anche Totò voleva vendere, in un famoso film, la Fontana di Trevi. Il presidente della Regione, Francesco Storace, che forse i leghisti li conosce meglio, ha invitato più seriamente Berlusconi a mettere «la museruola» ai sottosegretari ciarlieri della Lega. Ma nessuno ha ricordato ai promotori che provocazioni del genere sono un po' banali. E tornano come le bollicine rosse di una malattia esantematica, ogni volta che diventa intollerabile, «malato» appunto, il rapporto tra le straordinarie testimonianze archeologiche di Roma e l'esiguità delle risorse per non disperderlo. «La Città Eterna mostra allarmanti segni di mortalità con i suoi monumenti in rovina senza che il governo dia il denaro sufficiente per la loro protezione» scriveva il New York Times. Era il 2 ottobre 1972. Spinto più dall'idea di un affare che da sdegno culturale, un miliardario californiano, Thomas Merrick, proclamò deciso: se i romani vogliono vendere il Colosseo, lo compro io. Compilò idealmente anche l'assegno: un milione di dollari, 600 milioni di lire dell'epoca, praticamente una mancia. «Ho sentito che vogliono abbandonarlo -rispose candido dalla sua casa di Laguna Beach al giornalista del Corriere che lo intervistava- sarebbe un vero peccato, con un milione di dollari si può riparare e riaprirlo al pubblico». Non risulta che espressione assunse il presidente del Consiglio di allora Giulio Andreotti, mentre è abbastanza facile immaginare che il sindaco Clelio Darida avesse problemi più seri -il Colosseo in quei giorni era chiuso per «problemi statici»- dello stravagante americano. In questi trentadue anni il Colosseo lo abbiamo restaurato, forse non lo avremo «riparato» abbastanza come avrebbe voluto il signor Merrick, ma insomma la bella cifretta di 3 milioni di persone ogni anno si porta a casa negli occhi le linee e le emozioni dell'Anfiteatro Flavio. Quello che non cambia sono i tagli ai finanziamenti, i fondi pubblici che non ci sono e i rimedi estemporanei per trovarne. Forse gli esponenti leghisti ignorano che i finanziamenti destinati ai beni culturali fruttano fino a sette volte la cifra impiegata. E probabilmente citano il Colosseo perché non sanno che la Domus Aurea è scavata solo a metà, che buona parte del Palatino non è visitabile, così come sono chiusi gran parte dei mosaici delle Terme di Caracalla. È tutto in zona, se non riusciamo a valorizzarli come meritano, conviene pensare a una vendita in blocco. Chissà che non si trovi un amatore.