ROMA. Ecco l'incognita Bondi. Pd e Italia dei Valori piazzano una mina sul percorso della crisi che aveva congelato tutto fino a metà dicembre. Su loro richiesta sarà infatti messa ai voti il 29 novembre la mozione di sfiducia individuale per il ministro dei Beni culturali presentata dopo il crollo di Pompei. Gioco sporco, accusa Cicchitto che attacca le opposizioni per aver violato l'intesa istituzionale tra il capo dello Stato e i presidenti delle Camere. «Contrasta gli accordi» dice anche Gasparri, mentre il portavoce del Pdl Capezzone denuncia «un atto di squadrismo politico». Il Pd replica che l'intesa riguardava solo il governo e «se Bondi verrà sfiduciato, dovranno rassegnarsi», dice Bersani. Il ministro poi reagisce e parla di un'«iniziativa abnorme: mi infligge uno stato di angosciosa mortificazione e profonda tristezza perché viene dal volto sfigurato di una sinistra di cui ho fatto parte». E non si escludono dimissioni prima del voto. Dai finiani c'è l'assicurazione che non ci sarà nessun atto di guerriglia ma la decisione sarà presa solo la prossima settimana. Granata ancora ieri ha ripetuto che proporrà al gruppo di votare per la sfiducia, poiché «su Bondi stanno venendo alla luce responsabilità pesantissime». Ma oltre le dichiarazioni ufficiali il voto nasconde numerose trappole, anche perché il ministro potrebbe essere azzoppato dal fuoco amico. Il voto finale previsto per il 30 novembre giungerà poi dopo una serie a rischio per la maggioranza, sempre alle prese con i voti ballerini di Futuro e Libertà. I pericoli cominceranno già all'inizio della settimana prossima con la riforma universitaria targata Gelmini che senza fondi per la stabilizzazione dei ricercatori potrebbe essere impallinata. Altri due pericoli giungeranno intorno a mercoledì in occasione dell'esame della mozione per il pluralismo in Rai, presentata dagli stessi finiani, e dalla seconda iniziativa contro un ministro, ovvero la richiesta dell'Italia dei valori di ritiro delle deleghe per Calderoli. L'accusa al ministro leghista è di aver mentito e di aver di favorito gli "indipendentisti padani" con la cancellazione del reato di associazione militare segreta, annullando, di fatto, il processo. (n.cor.)