Il tempio ricostruito col fai-da-te: zero fondi per il 3D I tecnici dei restauri devono rinunciare alle nuove tecnologie: troppo costose Il ministero taglia i fondi e la soprintendenza ai beni architettonici della Toscana deve correre ai ripari. Così per il restauro dei frontoni del tempio dellantica città di Luni, che va avanti da decenni, ha optato per una tecnica semplice, efficace ed economica. Niente ricostruzione in tre dimensioni, troppo costosa. Gli esperti lavorano con la cera. È un materiale malleabile, costa poco e può essere fuso e riutilizzato dopo ogni tentativo. Così invece di lavorare in laboratori ipertecnologici da telefilm americani, su schermi ultrapiatti e con programmi allavanguardia, le restauratrici impugnano i loro coltellini e, tra un fornellino bianco elettrico con cui riscaldano la materia e un vecchio phon color panna con cui la raffreddano, riscoprono dei capolavori. Ne è la prova laltorilievo di un guerriero; da pochi frammenti di un fianco e di un braccio, è stato ricostruito il busto di un guerriero con tanto di scudo. Senza le parti rosse, ci vuole molta fantasia per immaginare un uomo. I programmi per il 3D farebbero molto comodo. Però i soldi non ci sono e la soprintendenza ha già molte difficoltà. Le partecipazioni ai convegni sono annullate per mancanza di fondi, cè una sola macchina di servizio ed è in leasing e il governo ha vietato i rimborsi per le missioni col mezzo privato. La cera è sembrata lunica soluzione possibile per capire come incastrare i vari pezzi dei frontoni o quali parti degli dei manchino ancora allappello. I resti delle terrecotte che ornavano il tempio di Luni, lantica città della Lunigiana fondata nel 177 avanti Cristo alla foce del fiume Magra, giacciono nei sotterranei dellex palazzo delle Poste in largo del Boschetto. Ad oggi solo uno dei frontoni è stato restaurato ed in parte integrato col gesso, e forse contiene anche qualche errore. Il lavoro sulle altre parti prosegue per tentativi. Le figure sono appoggiate a una tavola verticale in legno, una accanto allaltra. Nessuno ha ancora capito quale fosse la loro posizione nelle opere originali. In alcuni casi mancano pezzi importanti per comprendere la scena, se il dio o leroe sia seduto, a cavallo, in movimento. Il 3D sarebbe utile, si potrebbero spostare i personaggio a destra o a sinistra, provare se la gamba mancante è piegata o distesa. Ma richiede computer, telecamere, sensori e tecnici che sappiano gestire i dati per tirarne fuori le immagini finali. Così gli spostamenti si fanno "a spalla", con tutti i rischi del caso. E per le prove si usa la cera, così da non buttare via niente. Fu il marchese Angelo Remedi a riportare alla luce nel 1842 i primi altorilievi dei frontoni e altre terrecotte architettoniche. Quarantanni dopo, la collezione arrivò al Museo Archeologico di Firenze. Ma i restauri erano difficili, perché nessuno riusciva a capire quale mito fosse rappresentato. Nel 1966 lalluvione si portò via anche linteresse per i resti del tempio, che finiscono in magazzino. Solo agli inizi degli anni 90 Maria Josè Strazzulla li riprese in mano, proponendo di ripartire da zero. Ancora adesso il mito è sconosciuto, le ipotesi si sprecano, ma rimangono tali. Anche per questo motivo le restauratrici preferiscono la tecnica della cera, sperimentata con successo sulla Minerva di Arezzo: «Però le parti ricostruite di cui siamo sicure vorremmo rifarle in resina, è più resistente», spiega Marida Risaliti, mentre col coltellino intacca il rosso. «Il Cnr di Pisa ci ha aiutato a ricostruire in 3D il frontone principale - spiegano le archeologhe Elena Sorge e Emanuela Paribeni - ma gratuitamente. Fino ad oggi la cera è stata unottima soluzione. Ma adesso il 3D diventa proprio necessario, per ricercare i colori originari e per le prove finali di ricostruzione». Anche la soprintendenza, Fulvia lo Schiavo, la pensa allo stesso modo: «Non abbiamo gli operai per spostare le figure, ma non possiamo vivere di elemosina». Le ultime notizie dal ministero non sono positive. La richiesta di divise per il personale dei siti archeologici e dei musei è stata bocciata dopo un iter rocambolesco. Prima la richiesta di 60mila euro a febbraio, scesa a 20mila euro. Poi il silenzio, intervallato da inviti a provare con i vari fondi ministeriali e a partecipare a progetti. La risposta è stata sempre la stessa: il fondo è vuoto. È stato anche proposto che la soprintendenza toscana anticipasse i soldi, in attesa di riaverli da Roma. Fortunatamente non lha fatto. Dopo 9 mesi, è arrivato un no definitivo, ma addolcito: «riprovate lanno prossimo».