Dal 30 novembre le aperture al pubblico a cura del Comune Fra libri, ricordi e cimeli Il grande vaso di rame con i bastoni da passeggio dietro un angolo del corridoio, la lampada sulla scrivania monumentale, i piccoli oggetti memoria dei tanti viaggi, i ritratti in posa alle pareti con la dedica degli amici artisti. E un mare sconfinato di libri. La casa di Alberto Moravia allultimo piano di lungotevere della Vittoria 1, dove abitò fin dagli anni Sessanta e morì nel settembre del 1990, è un tempio della cultura, la traccia di unesistenza condotta con rigore antico in nome della ricerca di sé attraverso il pensiero e la parola. Un mondo a parte che apre ora al resto del mondo, in cui si potrà fare ingresso dal prossimo 30 novembre. Le trattative con il Comune di Roma hanno portato a compimento latto di donazione e finalmente Casa Moravia diventa Museo, passando in gestione al Campidoglio: le visite sono programmate due giorni alla settimana, con prenotazione (info tel. 060608). Un ingresso in punta di piedi, conquistato dopo lunga attesa. «Non è esattamente quello che avrei voluto - è il commento di Dacia Maraini, compagna dello scrittore ed erede insieme a Carmen Llera - abbiamo scelto di fare una donazione anziché vendere un appartamento che ci avrebbe fruttato molti soldi, per dare vita a un museo. Ora mancano le risorse: è comprensibile, in questo momento e apprezzo gli sforzi del Comune di Roma. Ma fino adesso noi non abbiamo avuto nemmeno un euro e lapertura si annuncia ridotta». Nelle carte sono previsti 90 mila euro lanno di contributo al Fondo Moravia e allAssociazione che hanno da sempre sede a lungotevere della Vittoria. Continua Maraini: «Trovo interessante lidea dellassessore Umberto Croppi di dare vita ad un circuito di case museo: a Roma ce ne sono tante, da Goethe a Fellini. Bisognerebbe dargli seguito». Religiosamente protetto e custodito intatto fino ad oggi, lappartamento cambia un po aspetto per rendere sicuro laccesso al pubblico con interventi vari, dai dissuasori sonori negli scaffali alla catalogazione, fino al restauro degli oggetti. Certo è che chi entra qui non ha da temere delusioni. Allingresso accoglie gli ospiti una grande tela biancazzurra di Mario Schifano, in fondo al corridoio di parquet in rovere si apre il salone con il tavolo da pranzo e i divani bianchi fronteggianti sotto il dipinto di Guttuso dell82 accanto a una tempera di Schifano con due occhiali tutti colorati dovè scritto, tra lesortazione e lo slogan, «Alberto guarda». Scorrere i titoli nelle librerie è un viaggio nella lettura lungo una vita: i classici italiani della Ricciardi, la filosofia tedesca e i libri darte, Pascal e Sainte-Beuve, Apuleio e Nietzsche, Goethe e Cohn-Bendit, Galbraith e Pietro Aretino, i vinile di musica lirica, i testi di psicanalisi e di cinema. Nello studio troneggia la scrivania con sopra lOlivetti pronta alluso, da un lato la piccola scultura-ritratto di Mario Ceroli, i dipinti che raffigurano lautore de "Gli Indifferenti" con la sorella Adriana. Appartata, la camera: comò, letto e una coperta rosso bandiera. Nella stanza-archivio tante prime edizioni e i testi dedicati dagli amici. Come gli "Scritti corsari" su cui Pasolini, nel 1975, scrisse: «Ad Alberto, e alla mia madre distratta che è in lui». Ma il colpo docchio definitivo si ha aprendo la porta sulla terrazza, uno spazio esterno rotondo come una prua sovrastante le acque del Tevere, le cime dei platani. Sopra una Roma luminosa, ariosa, essenziale come lultimo ritratto moraviano.