A Firenze. Viene presentato oggi nell'ambito di Florens 2010, che si tiene dal 12 al 20 novembre, lo studio «L'economia dei beni culturali e ambientali» di «The european house - Ambrosetti» basato sul Florens Index L'economia dei beni culturali dipende dall'integrazione con le piattaforme di contenuti digitali Quando un giorno gli storici dovranno affrontare quest'ultimo decennio della storia italiana, una domanda che probabilmente darà loro filo da torcere sarà questa: come mai che, in un contesto socio-economico nel quale tutti i principali paesi del mondo scoprono le industrie culturali come settore trainante dell'economia, le nuove piattaforme digitali dei contenuti, le forme di integrazione innovativa tra filiere culturali, in Italia, un paese che come pochi altri lega la sua identità alla dimensione culturale, tutto il ragionamento da parte delle istituzioni rimaneva invece concentrato sul tema dei musei, dei grandi eventi culturali, del turismo culturale, ovvero su un modello di produzione di valore economico mediato sulla cultura che, in questa sua focalizzazione pressoché esclusiva, era ormai obsoleto da due decenni? Una possibile risposta potrebbe essere la seguente: perché la maggior parte dei decisori pubblici e privati che in quel momento avevano responsabilità decisionali in materia di politiche culturali in Italia si erano formati in un momento storico diverso, in un momento in cui quegli orientamenti superati erano ancora attuali. E questo in mancanza di un adeguato ricambio generazionale eo di una opportuna rifocalizzazione professionale avvenuti invece in altri paesi. Quindi, si era venuta a creare una vera e propria scissione tra i produttori di cultura che operavano con elevati standard professionali in un circuito internazionale e i decisori pubblici (e a volte anche privati), persi ancora dietro al miraggio di un primato italiano assicurato dalla straordinaria concentrazione di beni storico-architettonici. Quanto fosse velleitaria e infondata quell'aspettativa divenne chiaro nel novembre del 2010, quando il crollo della Casa dei Gladiatori a Pompei dimostrò chiaramente la mancanza di un modello di conservazione e valorizzazione del patrimonio economicamente sostenibile, facendo emergere, sull'onda dell'impatto emotivo di un evento-simbolo di tale portata, una panoramica abbastanza sconcertante di molti tesori lasciati in stato di totale abbandono. A questo punto, i nostri storici del futuro si chiederanno perplessi come sia stato possibile allora non capire che la chiave per la conservazione e la valorizzazione di un patrimonio tanto impegnativo dal punto di vista degli investimenti di pura tutela e mantenimento stava proprio nell'integrazione del patrimonio con le nuove multi-piattaforme di contenuti digitali, capaci di consentire esperienze di fruizione del patrimonio più sofisticate e consapevoli, meno invasive e distruttive e capaci di attrarre i flussi internazionali dei capitali interessati a cogliere le nuove opportunità offerte dalla crescente integrazione tra hardware e infoware culturale. Come non capire che lo stesso ragionamento poteva essere facilmente applicato ai musei, che non erano ormai più da tempo istituzioni pensate per una società in cui la maggior parte del pubblico potenziale aveva scarse possibilità di viaggiare, di studiare, di accedere a fonti informative specialistiche, ma dovevano diventare-grazie alla tecnologia - centri di formazione, apprendimento pro-attivo e laboratoriale, co-produzione di contenuti da parte di comunità di pratica piuttosto che di visitatori passivi? Forse questa cecità era dovuta allo stesso motivo per cui in un momento in cui c'erano ormai centinaia di canali disponibili su decine di piattaforme diverse e in cui il mercato cominciava a essere trainato dalla generazione dei nativi digitali c'era ancora chi stava a misurare col bilancino I'audience quotidiana dei canali della tv generalista. Era, insomma, un momento in cui l'Italia non si era accorta che il tempo passava, che la cultura cambiava e nulla era più come anche solo dieci anni prima. Ma erano anche gli anni in cui si mettevano in piedi impegnative kermesse che si proponevano di fare dell'Italia il forum globale dello sviluppo a base culturale. Ma come, diranno sempre gli storici, proprio in Italia, in un paese che non aveva nemmeno una strategia nazionale sulle industrie culturali? Ebbene sì, sembra incredibile, ma è così E infatti in queste kermesse, la cui eco internazionale rimaneva prevedibilmente piuttosto modesta, si parlava più che altro di come migliorare i servizi aggiuntivi dei musei, di come misurare l'impatto economico diretto e indiretto della cultura, e cose di questo tipo. Ma dai! Nel 2010? Con tutto quello che stava accadendo nel mondo? Eppure è così. Fortunatamente, come sappiamo, le cose poi sono cambiate. Ma questa è un'altra storia.
L'Italia oltre i musei
Lo studio "L'economia dei beni culturali e ambientali" di The European House - Ambrosetti, presentato a Firenze, analizza la situazione economica dei beni culturali in Italia. L'autore sostiene che la maggior parte dei decisori pubblici e privati in Italia si erano formati in un momento storico diverso, quando il modello di produzione di valore economico mediato dalla cultura era ancora attuale. Ciò ha portato a una scissione tra i produttori di cultura e i decisori pubblici, che non hanno capito l'importanza dell'integrazione con le piattaforme di contenuti digitali per la conservazione e valorizzazione del patrimonio.
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