ROMA - Pochi custodi, turisti vandali, curiosi, disinformati. E il 6 novembre, di primo mattino, la Domus dei Gladiatori, nell'antica Pompei abbandonata a se stessa, è crollata clamorosamente. Era stata restaurata nel lontano 1947, con un tetto in cemento armato. Non ha resistito alle infiltrazioni d'acqua causate delle piogge copiose e al peso di un materiale inadatto. E' venuta giù anche una parte delle botteghe della Casa del moralista: si sono disintegrati il soffitto e un muro laterale, sul quale era presente un graffito con una scritta elettorale dell'epoca. Un bilancio pesante. Mancanza di fondi e di uomini. Incuria, cattivo uso di un sito archeologico che viene indicato come il terzo più visitato al mondo. Nessuna manutenzione sistematica. E parte il "caso Bondi". Il ministro della Cultura, messo sotto accusa per una situazione che il presidente della Repubblica ha senza esitazione definito, nelle ore immediatamente successive al crollo, «una vergogna per l'Italia», replica: «Non mi dimetto, riferirò in Parlamento». Montano i rilievi, le constatazioni, le analisi, le domande. Si è trattato di crolli annunciati? Altre parti dell'antica Pompei sona rischio? Quanti siti del nostro patrimonio archeologico attendono interventi di manutenzione e di restauro? «Ciò che va emergendo dalle inchieste e dalla ricostruzione dei fatti conferma la pesante e diretta responsabilità politica di Bondi nel crollo della Domus di Pompei» dice, fra gli altri, Fabio Granata, di Futuro e Libertà. Replica il ministro della Pubblica istruzione, Mariastella Gelmini: «La responsabilità del crollo è della cattiva gestione delle sovrintendenze e non certo del governo nazionale». La storiaccia pompeiana fa il giro del mondo. Si sprecano i giudizi negativi sulla gestione del nostro patrimonio archeologico-artistico. Bondi, all'indomani del crollo della Schola, taccia i soprintendenti di mancanza di managerialità. Gli "accusati" rispondono. In diciassette si tratta di soprintendenti archeologi del Ministero, tra cui Jeannette Papadopoulos, da un mese responsabile ad interim della soprintendenza di Pompei gli scrivono una lettera: «E' ora che la cultura dell'emergenza ceda il passo a quella della manutenzione, ordinaria e straordinaria, a cura delle strutture e degli staff tecnico-scientifici che i monumenti, i siti, i musei conoscono e tutelano». Ancora: «La valorizzazione come concetto mediatico non può sostituirsi al paziente e faticoso lavoro di monitoraggio, consolidamento e restauro che, per definizione, è poco visibile e quindi poco mediatico». E sottolineano i «pesanti tagli che, soprattutto a partire dalle leggi degli ultimi anni, hanno aggredito e ridotto un bilancio complessivo già inadeguato». C'è la mozione di sfiducia individuale. Il resto è attesa.
Dal crollo della Domus di Pompei alla protesta dei soprintendenti contro la cultura dell'emergenza
La Domus dei Gladiatori a Pompei è crollata il 6 novembre a causa di infiltrazioni d'acqua e di un materiale inadatto. La struttura era stata restaurata nel 1947 con un tetto in cemento armato. Il ministro della Cultura, Giancarlo Bondi, è stato accusato di aver contribuito al crollo. Il presidente della Repubblica ha definito la situazione una "vergogna per l'Italia". Il ministro replica affermando che la responsabilità del crollo è della cattiva gestione delle sovrintendenze e non del governo nazionale. I soprintendenti archeologi del Ministero hanno risposto affermando che è ora di passare dalla cultura dell'emergenza alla manutenzione ordinaria e straordinaria.
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