Ogni anno i fondi per i beni culturali diminuiscono. Dal 2004 al 2010 sono scesi da un già scarso 0,34 per cento a un 0,21 per cento del bilancio dello Stato. Se fossimo partiti da standard europei (2,25 per cento del Pil in Francia, Germania e Inghilterra), i tagli progressivi, ultimamente duri, sarebbero stati sopportabili. Così non è stato. L'acqua è alla gola. Si era sperato ultimamente in una mitigazione, ma dei cinque miliardi disponibili all'università è giunto oltre un miliardo mentre ai beni culturali è venuto zero. Eppure la Costituzione (articolo 9) impone sia di promuovere la ricerca, sia di tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Intanto le rovine crollano. I tagli lineari, che poi tali non sono ma peggio, sono comodi da imporre ma micidiali soprattutto nel campo culturale, fatto di qualità diverse e povero in partenza. Quando è che i nostri paesaggi agrari e urbani verranno posti al centro di una strategia di sviluppo nazionale? Le soprintendenze speciali che incassano i biglietti venduti sopravvivono, ma il resto dell'Italia versa in gravi condizioni. Il presidente della Repubblica ha detto di recente: «L'arte della politica, la presa di coscienza e l'assunzione di responsabilità da parte dei poteri pubblici consiste nel fare scelte, nello stabilire delle priorità». La scelta che il governo sta compiendo è quella di lasciare il nostro Ministero in condizione di non poter più agire per la manutenzione e per il restauro del patrimonio culturale. Dai 335 milioni di euro del 2004 si è passati al 148,5 milioni per l'anno corrente, con un taglio pari al 55,73 per cento. Poiché la capacità di spesa annuale per manutenzioni e restauri negli ultimi sei anni è stata di 446 milioni e poiché nel 2011 ne resteranno per tali attività solo 102 milioni, vengono a mancare almeno 344 milioni. Di fronte a questi dati, il Consiglio superiore, riunitosi i1 15 di questo mese per esaminare il bilancio preventivo del 2011, così si è espresso all'unanimità: «Si tratta di gravi riduzioni, che compromettono l'efficacia della missione istituzionale del Ministero e ne riducono l'impatto, non solo in valore assoluto ma anche in termini relativi, in rapporto ad altri comparti dell'intervento pubblico e nel medesimo contesto di sfavorevole congiuntura economica». D'altra parte i funzionari del Ministero sono in vertiginosa diminuzione, pari al 25 per cento dei presenti, e così il personale dell'area tecnica, pari al 32 per cento. Una legge impone oggi una diminuzione del 10 per cento in termini di costi. Ciò comporterebbe mettere in soprannumero oltre mille persone. È necessaria una deroga a questa riduzione e un'autorizzazione ad assumere almeno 50 architetti e 80 archeologi. Il ministro Tremonti ha sostenuto che la cultura non si mangia. Eppure gli uomini devono nutrire, oltre il ventre, il cervello. Se l'acqua è l'elemento essenziale al corpo, la cultura è l'elemento essenziale alla mente (il paragone è di Claudio Abbado), a meno di non volere abbandonare emozioni e ragioni alla brama di potere, all'invidia del denaro, al consumismo sessuale, a un intrattenimento-spazzatura. Senza storia e senza bellezza, ridotta ogni aspirazione a formarsi e a elevarsi diritto e bisogno di tutti in una liberal-democrazia è possibile illudersi di essere felici, non essere realmente sereni. Rischiamo di somigliare sempre meno alle bellezze che abbiamo ereditato, in cui viviamo e che potrebbero salvarci in futuro, proprio pèrché sono inimitabili. Stiamo per mettere il piede nella fossa senza fondo della decadenza, come già accadde alla Penisola nella prima metà del 600? Non più curati, i nostri monumenti deperiranno e le nostre rovine si abbandoneranno alla loro inclinazione- finire sotto terra, che è destino delle civiltà sepolte. È questo scivolamento nel caos buio che dobbiamo impedire. Le nostre soprintendenze sono oramai ospedali che non curano. Soli 102 milioni di euro per archivi, biblioteche, archeologia, gallerie, monumenti e paesaggio italiani, tutti in emergenza! Cosa pensa il globo di noi? In tali condizioni, confortato dall'intero Consiglio superiore, non mi resta che appellarmi al presidente della Repubblica, che tutela la nostra Costituzione, dicendo: «Signor Presidente, il nostro Ministero non è più in grado di attuare quanto l'articolo 9 della Costituzione impone: curare il patrimonio culturale. La preghiamo pertanto di farsi interprete di questa situazione miserevole presso il governo e il Parlamento italiani».