Se qualcuno (magari spinto dalla bellissima mostra su Bronzino ancora aperta a Palazzo Strozzi) è di recente entrato nella Cappella della duchessa Elonora in Palazzo Vecchio, beh, ci torni ora. Avrà un salutarissimo choc: un po' come passare da un'antica stampa 'virata seppia' ad una foto digitale di oggi. La vecchia luce giallastra è stata appena sostituita con un nuovo sistema di led di ultimissima generazione appositamente studiato, prodotto e quindi donato, dalla Targetti. E il risultato è grandioso. Ora i colori litici e smaltati degli affreschi di Bronzino spiccano dal muro con la durezza brillante di una tavola di marmi commessi. E i colori in questa cappella sono molto, se non tutto. Sono i colori accesi da Michelangelo sulla volta Sistina, distillati fino all'allucinazione dal Pontormo e ora giunti ad un grado inaudito e quasi perverso di astrazione. Entrando, è impossibile staccare gli occhi dalla distesa del Mar Rosso, che brilla come una lastra di cristallo purpureo in cui i cavalli e i cavalieri del faraone sono conficcati così come lo saranno, di lì a poco, le statue negli specchi d'acqua delle fontane di Boboli. Quando il visitatore riesce a staccare gli occhi dal giallo fosforescente dei cedri transgenici e dal rosso-arancio delle corbezzole che pendono dalla volta («frammenti ammirevoli di [pittura] realistica e di valori», nelle parole di Roberto Longhi), e finalmente si gira per uscire dalla cappella, viene come abbacinato da un lampo di luce rosa-prugna che sembra esplodere dal serpente di bronzo issato da Mosé sopra la porta. Ebbene, finalmente tutto questo strepitoso caleidoscopio non si immagina: si vede. Ma la luce nuova accesa da Targetti nella Cappella di Eleonora è importante anche per una certa idea di politica culturale. Grazie ad uno sponsor intelligente e ad un'amministrazione ricettiva, un'opera d'arte importante viene restituita al pubblico nella sua piena leggibilità. Il che non è un capriccio estetico, ma un modo per attuare pienamente la nostra Costituzione: rendere leggibile un'opera di tutti vuol dire offrire ad ogni cittadino la piena proprietà di quell'opera. E cosa quasi incredibile stavolta non c'è un prezzo occulto da pagare: l'opera non è stata spostata o prestata, non ha subito lifting, non è stata costretta a subire allestimenti inutili e non è stata 'privatizzata' da loghi ingombranti. Anzi, non è stata nemmeno toccata. La cifra dell'intervento è tutta nella discrezione dei proiettori nascosti dietro l'inginocchiatoio della duchessa: è il mecenate che lavora per l'opera, e non l'opera per il mecenate. Siamo di fronte ad un atto di 'tutela' o di 'valorizzazione'? Si tratta di qualcosa che svela l'assurdità di questa dicotomia, perché precede e insieme compendia queste due categorie: siamo di fronte ad un atto di conoscenza. È proprio questo, infatti, il risultato ultimo dell'operazione: un misurabile e stabile aumento di conoscenza, vale a dire l'unico vero obiettivo che dovrebbe porsi chiunque metta le mani sul patrimonio artistico. La luce nuova che da domenica bagna il Bronzino di Palazzo Vecchio indica una strada possibile, concreta e creativa per il rapporto tra pubblico e privato, tra patrimonio artistico ed economia produttiva, tra arte e tecnologia e tra passato e presente. Una strada in cui l'approccio ad un caso complesso e delicato può stimolare la ricerca di impresa a mettere a punto soluzioni innovative poi applicabili anche alla produzione ordinaria: avviando così una 'economia del patrimonio culturale' che non sia solo comunicazione, evento, fumisteria.