BARI. Punta Perotti, telenovela italiana, diciannovesima stagione. Riassunto dell'ultima puntata: i palazzoni sul lungomare di Bari erano abusivi, ma i proprietari non ne erano consapevoli, confortati dalla concessione edilizia apparentemente regolare rilasciata dal Comune; e dunque i terreni, confiscati per demolire l'eco-mostro trasformandolo in «Parco della legalità», vanno invece restituiti ai vecchi proprietari e tornano edificabili. Dopo quasi vent'anni e una cinquantina di provvedimenti giudiziari («Io ho perso il conto», ammette Alessandro Amato, avvocato del Wwf), con numerosi ricorsi ancora pendenti, la decisione del giudice Antonio Lovecchio ribalta il risultato. E trasforma i costruttori in vincitori, gli enti locali e gli ambientalisti in sconfitti. Com'è potuto accadere? Al fondo la questione è diabolicamente semplice. Le legge italiana impone al giudice di confiscare i suoli su cui è stata realizzato un piano di lottizzazione abusivo, anche se i responsabili sono stati assolti. Costoro si ritrovano espropriati dei terreni senza essere stati giudicati responsabili del reato. E il Comune, che rilasciò il malefico permesso a costruire. confiscando i terreni ne ricava un beneficio, anziché pagare il fio. Un'evidente, doppia contraddizione. Il complesso edilizio di Punta Perotti, in una magnifica posizione dominante il lungomare fascista a Sud di Bari, fu autorizzato nel 1992 dall'ultimo Consiglio comunale della Prima Repubblica. Tre edifici con residenze panoramiche e uffici per complessivi 300 mila metri cubi (quasi due volte e mezza il Pirellone di Milano) a meno di 300 metri dal mare. Altezza massima 45 metri. Progetto firmato da Massimo Napolitano (fratello del presidente della Repubblica Giorgio) e Vittorio Chiaia -- gli «americani di Bari» come li definì Bruno Zevi - mentre Renzo Piano, la cui firma compare sui cartelloni in cantiere, dirà poi di aver rifiutato l'incarico giudicando l'opera «folle». I costruttori sono Matarrese (i «Kennedy di Bari»), Andidero e Quistelli. I palazzi vengono su, guadagnandosi definizioni impietose: da «mostri» a «saracinesche», perché chiudono l'orizzonte. Gli ambientalisti insorgono e Punta Perotti diventa un caso nazionale, paradigma della battaglia anti cemento. Nel 1997 la Procura sequestra, parte un processo penale con otto imputati, tra costruttori e tecnici. La sentenza è un pareggio: progetto illegittimo in violazione della legge Galasso sul paesaggio («iter amministrativo scandaloso»), ma costruttori assolti «perché il fatto non sussiste»: la legge è talmente confusa che vanno considerati in buona fede. Terreno confiscato e assegnato al Comune, che nel 2006 abbatte le «saracinesche» con una cerimonia festosa e le rimpiazza con un parco pubblico. Partita chiusa? Macché. I costruttori non si arrendono, si appellano alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e rimontano ai supplementari fino al «golden gol» di ieri. Ora sono di nuovo proprietari, parlano di «soddisfazione morale» e «primo parziale risarcimento dei danni subiti», proporranno un nuovo progetto per edificare. Ma il groviglio giudiziario non è dipanato: il Comune ricorrerà fino in Cassazione e in ogni caso minaccia di approvare una norma di inedificabilità dell'area (i costruttori annunciano ricorsi al Tar). La Corte europea dei diritti dell'uomo e il tribunale civile si pronunceranno sui risarcimenti chiesti dai proprietari (570 milioni). Soluzioni? La più logica sarebbe lasciare intatto il parco e risarcire i costruttori con volumetrie in altre zone della città (i progetti non mancano, soprattutto intorno allo stadio San Nicola). Ma la via della trattativa, ancorché lastricata di buone intenzioni, è impervia. Anche perché il Pdl accusa il sindaco Michele Emiliano (Pd) e il governatore Nichi Vendola (Sel) di aver provocato il caos cavalcando «il giustizialismo ideologico» per intestarsi l'abbattimento. Dimenticando però che fu Silvio Berlusconi, durante una visita a Bari, a esclamare, di fronte ai palazzoni, «che brutti! Buttateli giù» e suggerendo di ispirarsi per il futuro a Milano 2. Di più: la demolizione fu disposta proprio da Berlusconi con una legge «ad ecomonstrum». Salvo, ad abbattimento avvenuto, fiancheggiare i Matarrese, nel frattempo approdati nell'orbita di Forza Italia, nella revoca della confisca. Da questo pasticciò, gli unici a giovarsene potrebbero essere i tifosi del Bari, ultimo in classifica in serie A. Negli Anni 90, le disgrazie imprenditoriali dei Matarrese a Punta Perotti (150 miliardi di debiti) coincisero con quelle sportive: no soldi, no gol. Ora gli ultras sperano che la sentenza li convinca a scucirei quattrini necessari a rinforzare la squadra per evitare la retrocessione.
Bari. Il pasticciaccio di Punta Perotti
La telenovela "Punta Perotti" racconta la storia di un complesso edilizio abusivo costruito a Bari nel 1992. I costruttori, Matarrese, Andidero e Quistelli, furono autorizzati a costruire tre edifici con residenze panoramiche e uffici, ma la legge era violata. Nel 1997, la Procura sequestrò parte del processo penale, ma i costruttori furono assolti in quanto la legge era talmente confusa che vanno considerati in buona fede. Il Comune confiscò i terreni e li assegnò a se stesso, ma i costruttori non si arresero e ricorsero alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
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