L'articolo di Gian Enrico Rusconi su «Pompei metafora nazionale» svolge malamente il tema della conservazione dei beni artistici in Italia. È facile e populistico dire che «Pompei è la metafora dell'Italia che si sbriciola», che rappresenta «l'inciviltà e l'indifferenza alla base, l'incompetenza nell'amministrazione, l'incapacità della politica». Forse (ma solo forse...) dando più soldi a Pompei si sarebbe evitato un crollo, ma (data la situazione della finanza italiana) dove tagliare? Sonò disposti coloro che si stracciano le vesti per l'incidente a rinunciare a scuole o ospedali (che già non se la passano bene...) per mantenere monumenti? Purtroppo gli sprechi di 60 anni di "finanza allegra" hanno provocato ben altri disastri. E per finire, perché non si parla altrettanto ampiamente del restauro meraviglioso del Tempio di Venere, riportato all'antico splendore grazie ai Beni culturali? O forse la vecchia regola dei due pesi e due misure vale anche per La Stampa, e un crollo vale più di un restauro? Ogni tanto, «think pink», per favore! Si, un crollo fa più notizia di un restauro, soprattutto se il crollo non è uno sbriciolamento qualsiasi ma avviene a Pompei e viene dopo quelli del Colosseo e della Domus Aurea. Forse non ci si rende conto quanto queste cose facciano rumore nel mondo, distruggano la nostra immagine e la nostra credibilità. Pompei è uno dei nostri biglietti da visita, ma - come raccontiamo oggi - malcostume, malaffare e disinteresse l'hanno fatta da padrone per anni. Non è una questione di colore politico o di governi, ma di priorità e di intelligenza. Se si pensa a quanti soldi hanno speso le regioni per aprire sedi di rappresentanza in tutto il mondo, o alle campagne pubblicitarie planetarie per sostenere il turismo in Italia, allora ci si rende conto di quali dovrebbero essere invece le priorità. E poi un Paese sano non considera la cultura e la tutela dei suoi gioielli architettonici in concorrenza con le scuole e gli ospedali, se vogliamo fare del qualunquismo spiccio allora si potrebbe dire che si potevano tagliare le province, i costi della politica, le auto blu, ma non i soldi per i restauri di Pompei. Il nostro patrimonio culturale non è qualcosa di astratto, per anime belle e raffinate, ma qualcosa che può reggere in piedi un Paese che perde posti di lavoro nelle fabbriche e nel commercio. Dovremmo trattarlo con cura, con estrema attenzione e imparare ad accogliere i turisti, a rispettarli e a conquistarli. Poi possiamo anche minimizzare, continuare a alzare le spalle, a truffare gli stranieri con prezzi esorbitanti per servizi scarsi e adagiarci tranquillamente nella nostra spazzatura. Poi chiudiamo gli occhi e sogniamo positivo.