sovrintendente del Teatro alla Scala dal 1990 al 2005 Le vicende del Carlo Felice di Genova hanno occupato ampio spazio sui giornali: è stata la prima volta che nel nostro Paese una Fondazione lirica, meglio, un teatro d'opera, ha corso seriamente il rischio di dover «portare i libri in tribunale». Un pericolo che sembra al momento scongiurato coni «contratti di solidarietà»: soluzione che ha riaperto il dialogo tra consiglio di amministrazione e organizzazioni sindacali. La situazione resta tuttavia preoccupante, e non è la sola in Italia. Ciò che è accaduto a Genova è la punta di un iceberg che potrebbe vedere presto o tardi altri gloriosi teatri dover affrontare analoghe difficoltà. Non c'è da stupirsi. La crisi riguarda, non da oggi, l'intero sistema delle Fondazioni liriche che talvolta scontano, forse, conduzioni non del tutto adeguate e una presenza sindacale troppo invadente, per lo più tesa a conservare normative e abitudini superate. Ma sarebbe ipocrita non ricondurre la prima responsabilità della situazione alla frettolosa trasformazione degli Enti lirici pubblici in Fondazioni di diritto privato, approvata nel 1996 ed estesa nel 1998 a tutti gli Enti, anche a quelli che non ne avevano i requisiti indispensabili. Il decreto legislativo 367 era un abito tagliato su misura per la Scala. Una legge «speciale», concepita per superare le resistenze che avrebbero impedito un provvedimento ad hoc per il nostro massimo teatro d'opera. Fu chiaro da subito, in effetti, che solo la Scala avrebbe potuto contare su costanti e significativi apporti di capitale privato e grazie a ciò raggiungere l'equilibrio economico-finanziario tra pubblico e privato. Le vivaci reazioni dei sovrintendenti, timorosi di un possibile declassamento dei loro teatri, indussero il ministro allora competente a imporre, in nome di un egualitarismo di facciata, un'evoluzione istituzionale generalizzata, che produsse effetti disastrosi. Il definitivo impazzimento della maionese si dovette alle successive, scriteriate, decurtazioni al Fondo unico dello spettacolo (Fus) senza che a ciò corrispondesse un'adeguata incentivazione della partecipazione dei privati, attraverso la defiscalizzazione del loro contributo. Se alla scarsità di finanziamenti diretti (pubblici) si somma l'assenza di finanziamenti indiretti (privati), l'opera non può vivere, come la sua essenza e la sua storia fin dalla nascita spiegano più che eloquentemente. Provvedimenti tampone, ispirati dalle migliori intenzioni, come il recente decreto Bondi, rischiano di lasciare il tempo che trovano, se non si hanno la forza, il coraggio, e le competenze necessarie per affrontare i problemi alla radice. Ciò significa risolvere una volta per tutte il tema del finanziamento pubblico. La «terza via» italiana, che ispirò la legge sulle Fondazioni, immagina il contributo integrativo dei privati come aggiuntivo alla centralità del contributo pubblico proveniente da Stato ed enti locali. Bene: se si è ancora convinti della validità di una terza via tra il modello del «tutto pubblico», prevalente in Europa, e quello «tutto privato» del sistema statunitense, allora è necessario definire con prospettiva triennale ammontare e tempi dell'erogazione, e mantenere gli impegni presi. Si può e si deve, in tempi di crisi economica, fare di più con meno. Ma a questo fine è indispensabile sapere con certezza quante risorse si avranno a disposizione. Vorrei ricordare che nella seconda metà degli anni 8o, grazie al Fus appena introdotto e positivamente operante secondo le aspettative, tutti gli allora 13 Enti lirici chiudevano bilanci in pareggio: l'intervento pubblico, fattosi puntuale e affidabile, non consentiva più gestioni «disinvolte». E per quanto riguarda i finanziamenti dei «privati», a quanto si è già detto vale la pena di aggiungere che negli Stati Uniti i contributi a sostegno delle istituzioni culturali provengono in misura maggiore da singoli individui che dalle companies. Una volta risolto questo «problema dei problemi», nella consapevolezza che ogni vera riforma ha un costo, si potrà ridefinire l'assetto complessivo delle Fondazioni liriche partendo dalla presa d'atto che esse non sono tutte uguali, e che la Scala è un'entità a sé. Una forte deregulation in ottica decentrata (federalista, si direbbe oggi) potrebbe consentire a ogni teatro di trovare una sua specificità in rapporto alla sua storia, al territorio in cui opera, con un'offerta produttiva strettamente correlata al proprio bacino d'utenza. E perché non ipotizzare nuove forme organizzative, tali da garantire occupazione e qualità, lasciando al tempo stesso ai teatri la possibilità di rapportare i costi alla loro attività primaria? Il contratto nazionale di lavoro non potrebbe ricondursi a una cornice con poche, rigide, norme per rimettere il resto a una contrattazione locale che tenga finalmente conto delle diverse realtà? E perché mai questo settore non deve poter usufruire di nessun ammortizzatore sociale? Nessuno ha in tasca ricette miracolistiche, ma continuare a sopravvivere con logica gattopardesca è sinceramente impensabile. Se i «tagli» dei contributi pubblici finiscono per tradursi, come ora, in calo della qualità della produzione e in progressiva riduzione del numero di spettacoli, il rischio è che di un sistema di teatri d'opera come quello italiano, già unico al mondo per dimensione e supremazia artistica, si avverta sempre meno l'esistenza. E forse, presto, anche la necessità.