"LExpo? Cè un po di cinismo e ipocrisia nellaffermare che unarea perimetrata da strade, binari e un carcere sia il posto ideale per piantare pomodori" I genovesi Alfonso Femia e Gianluca Peluffo, allievi di Giancarlo De Carlo, stanno rivoluzionando Milano con le tinte del paesaggio ligure «Colorare Milano: allinizio sembrava una sfida impossibile, rivoluzionaria. Andare "oltre il grigio universale", come diceva il nostro maestro Giancarlo De Carlo. Usare il rosso, il verde, far riflettere il cielo o le nuvole nelle facciate. Perché il cielo cè anche qui, in pianura, anche se noi labbiamo imparato a Genova, guardando il mare». Parola dei 51AA, ovvero Alfonso Femia e Gianluca Peluffo, entrambi classe '66: la doppia A sta per «agenzia darchitettura», 51 sono le linee-guida (condivisione e solidarietà, percorso di gruppo, gioco di squadra, ironia, inizio e sfida), 3 le sedi dello studio, dove lavorano lassociata Simonetta Cenci e 40 collaboratori, distribuiti tra Genova, lagence di Parigi e, da quattro anni, latelier di Milano, in via Cadolini. Sotto alla Madonnina hanno lavorato parecchio, tanto che oggi ci sono loro edifici a ogni angolo della città. A sud-ovest, lungo la Milano Genova, allinterno del nuovo quartiere Milano Fiori Nord (gruppo Cabassi), il Retail Park di Assago, rivestito di giganteschi codici a barre e campiture verde brillante. A nord-ovest il nuovo centro direzionale del Gruppo Fiera a Rho-Pero, appena ultimato: due «torri orizzontali» da tredici piani, foderate di lame vetrate colore bronzo e oro, che scintillano sotto il sole, catturando lo sguardo di chi sfreccia sulla Milano-Torino. Nel 2008, hanno trasformato in residenze lex-cinema Embassy vicino a piazza Aquileia. Nel 2009 ultimato il rinnovo di due edifici delle Generali in piazza 4 Novembre, che di notte ora sillumina della luce blu proiettata dalle facciate. Tra i numerosi progetti in costruzione, il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia (con Rudy Ricciotti). «Per noi è fondamentale che ogni edificio abbia un rapporto pubblico con lo spazio», dicono. «Ci siamo conosciuti a Genova, alla facoltà di architettura, e tutti e due abbiamo condiviso lesperienza dellIlaud (International laboratory of architecture and urban design) di De Carlo. Lavoriamo insieme dal '95, quando ci siamo lanciati in questa follia da zero». A Milano, a lanciarli in pompa magna è stato il rinnovo degli ex-Frigoriferi Milanesi, oggi sede di Open Care: un lungo parallelepipedo rosso in vetro lucido che segue lasse di via Piranesi, contrastando coi muri nero petrolio del corpo centrale e il bianco del retrostante Palazzo del Ghiaccio: «Una grande occasione, anche di crescita. È un edificio in cui cè molto di noi, della complessità e bellezza che pensiamo debba esprimere larchitettura». Come nel caso di Bì, la Fabbrica del Gioco e delle Arti di Cormano. «Un progetto a cui siamo molto affezionati, perché dimostra come anche con un budget ridotto (2 milioni di euro), si può mirare ad un alto livello di qualità: dietro la facciata zebrata si trovano un museo, un teatro, una biblioteca, laboratori, spazi gioco. È riaffermando lidentità degli edifici pubblici, sempre più rari, confinati nel capitolo degli «oneri di urbanizzazione» che larchitetto può cercare di recuperare un ruolo sociale, un senso di responsabilità. Stare allinterno di un processo partecipativo che non serva solo al lustro mediatico». Cosa pensano del futuro della città e dellExpo, di cui avevano collaborato - «gratuitamente, ci teniamo a dirlo» - alla stesura del primo masterplan? «Cè un po di cinismo e ipocrisia, nellaffermare che quel triangolo intorno allarea della Fiera, perimetrato da infrastrutture, strade, binari dellalta velocità, un carcere, sia il posto ideale per piantare pomodori e zucchine. Di agricolo non ha più niente. Certo è sempre legittimo decidere che è meglio piantarci un pioppeto. Per noi era soprattutto un territorio che aveva bisogno di ricuciture, di riflessioni strategiche sullExpo e il post-Expo. Il tema non è appannaggio di due o dieci privati o altrettanti enti, ma di tutto il paese. Speriamo che torni a vincere la logica del lavoro di gruppo».