Gli argenti di Morgantina tornano a dicembre Corrao racconta sessantanni di Sicilia: Settis: "era un luogo dove si incrociavano potere e religione" Unopera in quattro volumi, presentata ieri, guida alla conoscenza approfondita del soffitto e alla complessa trama multiculturale delledificio normanno Lo studio evidenzia limportanza dellapporto dellarte islamica con i pittori egizi oloro che nellestate del 2008 sono saliti sul ponteggio montato nella Cappella Palatina in occasione dei restauri finanziati dallindustriale tedesco Würth, non hanno certamente dimenticato lo spettacolo esaltante dellarazzo di immagini incastonate tra le muqarnas: quella costellazione di danzatrici, bevitori, animali fantastici e reali, giocatori di scacchi e lottatori che costituisce il repertorio più completo che ci è giunto dellintera vicenda della pittura islamica medievale e che la distanza ravvicinata restituiva - dopo che per lunghi anni lopera era stata nascosta da teli e impalcature protettive - in tutta la sua sfaccettata magnificenza. Del soffitto ligneo della cappella reale di Ruggero II non esisteva infatti che una campionatura fotografica ridotta rispetto alla complessità figurativa dellinsieme, così che latlante assemblato nella nuova pubblicazione che leditore Franco Panini ha dedicato alla Cappella Palatina per la collana "Mirabilia Italiae" diretta da Salvatore Settis e presentata ieri a Palazzo dei Normanni (quattro volumi per complessive 1500 pagine, in vendita da gennaio) rappresenta, oggi, un tramite indispensabile per la lettura dellintero insieme dellarchitettura ruggeriana, di cui gli studi che accompagnano lopera sottolineano il carattere fortemente unitario in ogni sua parte, consapevolmente perseguito attraverso la molteplicità degli apporti culturali e leterogeneità dei riferimenti stilistici. Come pochi altri testi storico-artistici, la Cappella Palatina ha rischiato infatti di essere fraintesa a causa della stessa ricchezza dei suoi contributi: come se lincontro fra le tre civiltà del mediterraneo medievale - bizantina, islamica, latina - che qui convergono, fosse il risultato di assimilazioni al fondo disorganiche e di suggestioni frutto delle stratificazioni della storia anziché un programma di civiltà imperniato sulla persona del sovrano. Una architettura manifesto dunque, come dimostrano gli studi raccolti nel quarto volume sviluppando e integrando tesi storiografiche che si sono andate affermando almeno nellultimo mezzo secolo, leggendo per la prima volta in parallelo tutte le componenti della Cappella: la costruzione architettonica e le epigrafi, i mosaici e il soffitto, la scelta di stilemi antichizzanti, i materiali e le tecniche costruttive, e dipanando così, almeno parzialmente, gli interrogativi e le incertezze che da sempre si assommano nelle interpretazioni del cantiere della Palatina relativamente alla cronologia degli interventi, alla identità e provenienza delle maestranze e al ruolo della committenza. Con un punto di convergenza: quello che legge nella incoronazione di Ruggero, nel 1130, latto fondativo non soltanto della monarchia ma anche della capitale e della corte, segnando una discontinuità rispetto ai decenni precedenti e chiamando a raccolta a questo scopo dalle ampie rotte mediterranee architetti, artisti e decoratori, e chiamando a lavorare gli uni accanto agli altri bizantini, arabi ma anche scultori provenzali o campani per il grande candelabro per il cero pasquale dove lo stesso Ruggero sorregge il Cristo aureolato nel profilo a mandorla. Non è una questione da poco: secondo questa lettura, infatti, la componente islamica delletà normanna non sarebbe un semplice sostrato preesistente e riutilizzato, ma un apporto rinnovato grazie a uno specifico disegno politico che, così come convocava da Bisanzio le botteghe di mosaicisti, faceva affluire dallEgitto fatimita botteghe di pittori in grado di dare vita al ciclo del soffitto dove viene celebrato il tempo della corte del sovrano, rielaborando motivi diffusi dallIraq abasside già dal IX secolo. Era già stato notato, in passato, come lasse da ovest a est che nella cappella innerva la struttura basilicale latina nel santuario a cupola proprio dellarchitettura bizantina ordinasse, dalla parete del trono della controfacciata allabside con il Cristo Pantocratore, una prospettiva celebrativa che si rispecchiava negli episodi gloriosi della Natività e dellEntrata a Gerusalemme, escludendo dalle narrazioni le scene della passione. I nuovi studi accordano a questa direzione anche la distribuzione delle scene del soffitto sinora considerate in una disposizione casuale, enfatizzando attraverso le immagini gli appellativi del sovrano che si rincorrono nelle iscrizioni: rex (in latino), despotes skeptrokrator (in greco, potente con lo scettro), ma anche, nelle monete, facendo ricorso alle definizioni arabe di imam e di sultani, come annota Salvatore Settis nella sua introduzione. Come nelle scritte trilingue (ancora latino, greco e arabo) relative al famoso orologio ad acqua della Cappella che compongono un dialogo di voci complementari, il disegno politico e culturale di Ruggero II si proponeva come fulcro di un nuovo possibile equilibrio - anche territoriale - tra Occidente e Oriente. Iniziata nel 1130, consacrata nel 1143 come recita liscrizione nella cupola, descritta forse in quella occasione da Filogato da Cirami in una omelia che ci è giunta, la Cappella era probabilmente terminata entro la morte di Ruggero, nel 1154, anche se alcuni studiosi ipotizzano il prolungarsi dei lavori di decorazione durante il regno del successore Guglielmo I. Il sovrano fu il destinatario o anche il regista di questa operazione ideologica di autorappresentazione? Nel suo importante contributo sul soffitto ligneo, Jeremy Johns avanza una ipotesi suggestiva: che lartefice del coagulo del nuovo corso ruggeriano sia da ricercarsi in una figura centrale della sua cerchia, quel Giorgio di Antiochia, amministratore e diplomatico, attento conoscitore delle corti bizantine e arabe nonché promotore di unaltra architettura cruciale di quella temperie culturale, Santa Maria dellAmmiraglio, il cui cantiere dal 1143 affiancò per qualche tempo quello della Palatina e dove il celebre mosaico con lincoronazione del sovrano enuncia le ambizioni della neonata monarchia normanna.