Nasce a Bologna un centro studi in suo nome. L'esordio: in rete il suo archivio sulla pittura italiana. Raccogliere foto di opere d'arte, per fermarne la fragilità e onservarne la memoria. Per Federico Zeri era un'ossessione e un secondo mestiere, portato avanti di pari passo a quello del critico. E con pari entusiasmo. Per quasi cinquant'anni lo storico scomparso nel 1998 salvò dalla dispersione interi archivi di immagini appartenute a studiosi, case d'aste, collezionisti e antiquari. Ora quell'immensa fototeca va on line. Quasi 300mila scatti, per lo più in bianco e nero, che documentano opere spesso perdute o disperse: probabilmente il più grande archivio privato al mondo sulla pittura italiana. Sarà tutto catalogato, schedato e tradotto in file digitali da mettere anche su Internet: per diventare accessibile non solo agli addetti ai lavori, ma al grande pubblico. L'impresa è stata avviata dall'Università di Bologna, che laureò Zeri ad honorem e già dal 1999 ha istituito una Fondazione a lui dedicata per valorizzare il suo lascito. All'ateneo bolognese lo storico dell'arte ha infatti lasciato in eredità gran parte del suo patrimonio. Non solo l'archivio fotografico, ma una biblioteca di 5Omila volumi e 40mila cataloghi d'asta, una collezione di oltre 400 epigrafi romane e la precedente dimora di tutte queste raccolte: la villa di Zeri a Mentana, a una ventina di chilometri da Roma. Ma non è tutto. L'eredità Zeri, trasferita per ora a Villa Guastavillani sui colli di Bologna, dovrebbe diventare nelle intenzioni della Fondazione la pietra angolare di un progetto ancora più ambizioso: la nascita di un grande centro studi di storia dell'arte, senza eguali nel Nord Italia. Un polo culturale che troverà sede nell'ex convento di Santa Cristina, cinquemila metri quadrati a pochi passi dalle Due Torri e dalla casa di Giorgio Morandi, e ospiterà anche il Dipartimento di arti visive dell'Università, la sua biblioteca e la collezione Bernati d'arte orientale. «Un progetto dai costi molto alti - ha sottolineato il rettore Pier Ugo Calzolari, presidente della Fondazione -: prevediamo, a regime, una spesa annua di un milione di euro. Ma certo è un progetto che rispetta la volontà di Zeri. Lui volle lasciare il suo giacimento culturale a un'università, perché pensava innanzitutto ai giovani. E tutto quello che stiamo facendo, a partire dalla digitalizzazione delle foto, va nella direzione di dare la massima accessibilità alle sue collezioni. Cosa molto più facile a Bologna, città universitaria e nodo di scambi, che non a Mentana. Purtroppo per arrivare alla villa di Zeri occorre un'ora e mezza d'auto da Roma Termini». Una battuta per mettere una pietra sopra alle polemiche, mai del tutto sopite in questi anni, sullo spostamento del fondo dal Lazio all'Emilia, che alcuni studiosi hanno contestato. La villa di Mentana, comunque, non sarà abbandonata, ma diventerà sede di corsi di formazione e seminari per giovani ricercatori d'arte. Partner della Fondazione Zeri sono la Regione Emilia, il suo Istituto dei Beni culturali, diverse banche e privati. E Microsoft Italia, che ha donato al prezzo simbolico di un euro il software creato ad hoc per catalogare il maxi-archivio di foto: ieri la firma ufficiale dell'accordo tra Calzolari e Umberto Paolucci, vicepresidente e braccio destro di Bill Gates. Alla schedatura on line lavora già uno staff di venti consulenti e archivisti, coordinato dalla storica dell'arte Anna Ottani Gavina, che della Fondazione è direttrice. L'apertura dell'archivio a un pubblico selezionato di studiosi è prevista per l'inizio del 2004. Ma un assaggio dei risultati si può già vedere sul sito www.fondazionezeri.unibo.it. La fototeca di Zeri segue naturalmente quelli che furono i suoi assi di interesse, peraltro onnivori ed enciclopedici: pittura e scultura italiana dal Duecento al Settecento, prima di tutto, ma con ampi nuclei tematici dedicati al tardo antico, all'architettura, al disegno, alla natura morta. «Un archivio stupefacente -spiega la Ottani Gavina - che è lo specchio di Zeri stesso. Della sua curiosità insaziabile, e della sua attenzione ad aree poco esplorate della storia della pittura italiana, come l'arte del Basso Impero e quella bizantina. A conferma della sua idea che le radici della nostra pittura sono ben antecedenti a Cimabue». Dell'archivio fanno parte vere rarità: circa 300 foto del Codice bizantino di Smirne, ad esempio, che andò distrutto in un incendio negli anni Venti del secolo scorso. A quanto si sa, non ne esistono altri documenti in Italia. E poi ci sono molte immagini inedite di opere prima e dopo il restauro, che permettono di ricostruire storie e percorsi degli interventi di conservazione. «Una miniera - dice la direttrice - della quale gli studiosi non potranno fare a meno. Spesso, poi, alle fotografie si accompagnano annotazioni di pugno di Zeri, appunti che non fece in tempo a tradurre in ricerche. Sono come saggi in embrione, lavori in corso che vorremmo mettere a disposizione di tutti. E, fatta salva la privacy, pubblicheremo anche la corrispondenza che Zeri teneva con i collezionisti. È un saggio del suo brillante lavoro di expertise. Sempre svolto con occhio infallibile. E con grande ironia. Come nell'appunto per il generale Conforti, che gli chiedeva di valutare una presunta statua rinascimentale. E Zeri rispose: «Io questa non la metterei nemmeno tra i Sette Nani».
Casa Zeri, l'arte in 300.000 foto
Nel 1998 scomparve Federico Zeri, storico dell'arte bolognese. Per quasi cinquant'anni aveva raccolto e salvato interi archivi di immagini d'arte, che ora vanno online. L'archivio fotografico, con quasi 300mila scatti, documenta opere spesso perdute o disperse. La Fondazione Zeri, istituita dall'Università di Bologna, ha iniziato a catalogare e digitalizzare l'archivio. La fototeca seguirà gli assi di interesse di Zeri, che furono pittura e scultura italiana dal Duecento al Settecento, con ampi nuclei tematici dedicati al tardo antico, all'architettura, al disegno e alla natura morta.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo