Pompei, via dell'Abbondanza, sei del mattino del sei novembre. La Domus dei Gladiatori crolla, implode su stessa, quasi sotto l'effetto di un terremoto o di un bombardamento, invece sono bastate le infiltrazioni d'acqua dovute alle prime piogge autunnali. I custodi se ne accorgono solo un'ora e mezza dopo, poi la notizia fa il giro del mondo e in Italia inizia il giro di polemiche, di accuse, di denunce a scoppio ritardato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha definito l'episodio «una vergogna per l'Italia», mentre il New York Times, in prima pagina titolava: «Il crollo di Pompei suscita accuse di negligenza pubblica». La Schola Armaturarum Juventi Pompeiani, detta Casa dei gladiatori, era una sorta di palestra dove i lottatori si allenavano e riponevano le armi, ed era stata costruita negli ultimi anni di vita della città romana. Nel 1946 è stata restaurata e nel 2006 è stata dichiarata ad alto rischio da uno studio condotto sullo stato di salute degli scavi archeologici, che per definizione, come tutte le cose antiche e preziose, hanno bisogno di continua e attenta manutenzione. Non serve essere eruditi o studiosi di archeologia per reagire a una notizia come questa con un senso di lutto e di scoramento anche perché viene da pensare che l'incuria ha un potenziale distruttivo più alto di quello dell'eruzione vulcanica del 79 a.C, che, come sappiamo, seppellì Pompei senza cancellarla. "Una cosa così ha dichiarato lo scrittore napoletano Erri De Luca - fa pensare che quegli scavi sarebbe stato meglio non fossero mai stati fatti. Spero che gli archeologi si fermino. Ricopriamo tutto, è l'unico modo per lasciare alle generazioni future il nostro patrimonio». "I crolli sono una cosa naturale spiega, il critico d'arte Philippe Daverio - meno comprensibile, invece, il fatto che lo Stato italiano non riesca a evitarli e a proteggere il suo patrimonio. Ci sono voluti due secoli di scavi per far emergere Pompei e noi non riusciamo a farla stare in piedi. Come tutta l'archeologia essa è destinata alla scomparsa, la conservazione consiste proprio nell'evitare i crolli». L'Italia spende perla salvaguardia del suo enorme patrimonio culturale una cifra pari allo 0,19 per cento del Pil. Altri paesi spendono dall'uno al due per cento del lo- ro Pil ma in Italia risiede un patrimonio di beni artistici e culturali venti volte superiore a quello di altre nazioni. Il sito archeologico di Pompei, che con due milioni di visitatori ogni anno è, dopo il Colosseo, il sito archeologico più visitato al mondo, ha gestito, solo negli ultimi due anni, un budget di circa 79 milioni di euro. Di questa cifra il 52 per cento, pari a 41 milioni di euro, è stato utilizzato per opere di restauro e messa in sicurezza, il rimanente 48 per cento, pari a 38 milioni, è stata destinata, invece, alla comunicazione e alla promozione culturale. Questa volta, dunque, la scusa dei tagli e dei fondi esegui non regge e non può spiegare il crollo avvenuto il sei novembre, tanto che la ministra Maria Stella Gelmini ha addossato tutte le responsabilità alla gestione della Sovrintendenza degli scavi archeologici di Pompei e il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha indicato solo ed esclusivamente cause tecniche e accidentali. "Il dissesto che ha provocato il crollo ha dichiarato infatti il ministro - parrebbe imputabile ad uno smottamento del terrapieno che si trova a ridosso della costruzione per effetto delle abbondanti piogge di questi giorni e del restauro in cemento armato compiuto in passato». Le polemiche si inseguono ancora alla ricerca di un perché o di un responsabile e tra di esse si fa strada l'ipotesi di un "errore umano". La causa del crollo potrebbe essere stata, infatti, una modifica al sistema di canalizzazione delle acque che, deviate dal loro corso originale, avrebbero provocato lo sfaldamento del terreno su cui poggiavano le fondamenta della Schola armaturarm. Costruita intorno alla metà del I secolo a.C., riemersa alla fine dell'Ottocento, franata per sempre il sei novembre 2010.