Ovvero un monumento al capitalismo reale che mette in scena la fiction dei falsi sentimenti, della feticizzazione dello spirito religioso e della falsa coscienza della charity usata come amplificazione del messaggio che «spendere aiuta i poveri a star meglio». Dopo un primo ripensamento in diretta tv, smentendosi adesso da sola per tornare al progetto sostanzialmente comera, il sindaco prova a giustificarlo con presunte "connotazioni sociali". In realtà vengono in mente le parole di Gaber quando cantava il suo amaro benvenuto allera dei consumi, ora possibile slogan anche della Milano dei grandi cantieri: «Comè bella la città, comè grande la città... piena di strade e di negozi, e di vetrine, piena di luce». E mentre dalle voragini dei grands travaux cominciano a emergere i protagonisti del futuro skyline cittadino, ci si rende conto che il valore di scambio sociale dello spazio pubblico è sempre più ridotto a luogo di consumo, e il centro storico di Milano, piazza Duomo compresa, in un unico centro commerciale a cielo aperto. Il trend è globale, ma questo non rassicura: e se piazza del Duomo, abbandonata dai milanesi, era stata riscoperta dalla folla anonima di badanti e immigranti, oggi anche questultimo spazio è stato espugnato e ricondotto al ciclo delleconomia dei mercati. Niente di sorprendente, se non la reazione sdegnata della Chiesa che a Milano è rimasta ormai lunica voce dopposizione a un progetto per la città consegnato totalmente alliniziativa privata e alle leggi di uneconomia dei suoli che ci rimanda alla preistoria dellurbanistica moderna. Negli anni '90, questo fenomeno è stato descritto e teorizzato dallarchitetto olandese Rem Koolhaas come «limperativo dello shopping»: linfiltrazione del commerciale estesa a tutte le attività urbane e in ogni territorio tradizionale dellarchitettura, lestetica del centro commerciale, come paradigma di una idea di comunità che si riconosce solo nel gesto dellacquisto, diventato cemento invisibile della mutazione della nostra stessa condizione di abitanti della metropoli: da cittadini a consumatori. La vicenda penosa degli alberi di Abbado, la proposta di sostituire la fontana di Aldo Rossi in via Manzoni con un cubo per attività commerciali, i billboard delle griffes sui monumenti in restauro e persino su quelli in sfacelo come la Darsena, gli edifici storici diventati location per moda e design, dimostrano che Milano anche in questo campo è allavanguardia. È giusto quindi che proprio da questa città laboratorio nasca una sana contro resistenza: un movimento di idee e proposte che non tema di passare per nostalgico di fronte alla svendita della città, ma sappia invece portare la bandiera «delleco-differenza», dal campo dellalimentazione a quello dello spazio collettivo. Coltivare le diversità dovrebbe essere la parola dordine con cui provare a riscrivere le regole della convivenza civile, partendo proprio dai nuovi simboli che più offendono il comune senso del pudore sociale.
MILANO - Limpero dello shopping e la svendita della città
Il progetto di un grande centro commerciale a cielo aperto a Milano è stato sostenuto dal sindaco, che lo ha giustificato con presunte "connotazioni sociali". Tuttavia, il progetto è stato criticato per ridurre il valore di scambio sociale dello spazio pubblico a luogo di consumo. Il centro storico di Milano, compresa piazza Duomo, è stato trasformato in un unico centro commerciale. La Chiesa è stata sdegnata dalla decisione. Il fenomeno è stato descritto come "limperativo dello shopping" da Rem Koolhaas, che sostiene che la commercializzazione estesa a tutte le attività urbane è una mutazione della condizione di abitanti della metropoli.
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