«il crollo di Pompei è una notizia allarmante per il turismo italiano perché ha distrutto l'immagine del nostro Paese all'estero. Abbiamo già perso il primato per il turismo balneare, dobbiamo fare di tutto, con la concentrazione di patrimonio che abbiamo, per difendere il nostro turismo culturale». Mario Resca ricopre dal 2008 la carica di direttore generale per la valorizzazione dei Beni culturali ed è nel gruppo di lavoro che sta studiando la nascita di una Fondazione per gestire Pompei. Per «Le Monde» il crollo agli Scavi è il simbolo di un Paese in stato di catastrofe culturale... «In campo culturale da almeno 30 anni gli investimenti sono scarsi: dedichiamo ai beni culturali un quarto di quello che mettono a , disposizione Francia, Germania e Inghilterra. Eppure, dopo anni di calo, gli ingressi nei musei e nelle aree archeologiche hanno registrato un incremento di ingressi del 12, il che vuol dire che la cultura produce lavoro, reddito, servizi, economia» Questo lo deve dire a Tremonti, è lui che dice che la cultura non si mangia. «Novantatre milioni di persone che entrano nei musei sono consumatori che producono reddito e che quindi danno da mangiare a tanta gente. La cultura è una risorsa importante in un Paese come il nostro, e, soprattutto per il Sud, deve essere il settore trainante dell'economia». Valorizzare i beni culturali è soltanto un'operazione di Marketing? «Certamente no. Valorizzare un monumento significa fare in modo che venga fruito al meglio dalla collettività, quindi va fatto di tutto perché sia in buono stato e accessibile e perché la visita non sia disagiata». Difficile, in questo momento valorizzare un sito che cade a pezzi: da dove si comincia? «Pompei cade a pezzi perché negli ultimi 15 anni non è stata mai fatta una manutenzione ordinaria, quando è stato commissariato sul bilancio della Soprintendenza c'erano 70 milioni di euro che non erano stati spesi. Ora bisogna fare in fretta a recuperare un'immagine positiva: deve partire subito un controllo sullo stato di tutte le Domus che vanno rimesse in sesto con il ricorso a mano d'opera specializzata». A che punto è il lavoro per la Fondazione? «Stiamo studiando lo strumento giuridico migliore per assicurare la compartecipazione tra pubblico e privato e per garantire l'autonomia amministrativa e di competenze della Fondazione stessa». Quali soggetti privati potrebbero essere interessati? «Per esempio le banche, come è accaduto per il Museo Egizio a Torino. O istituzioni come la Fondazione Packard che è stata risolutiva per Ercolano. Ma anche l'associazione degli industriali locali ai quali chiederemo di partecipare con un moto d'orgoglio. È importante, però, che venga introdotta la defiscalizzazione per i contributi». Non c'è il rischio di svuotare di competenze la figura dei Soprintendenti? «No. Abbiamo studiosi che tutto il mondo ci invidia e siamo anche colpevoli di averli lasciati troppo spesso da soli. Noi vogliamo lavorare con loro e non contro di loro. Ma loro sono studiosi e hanno la responsabilità della tutela e della salvaguardia dei beni culturali, firmare un contratto d'appalto o gestire il personale dovrà essere il compito di un manager. Pensi alla Fiat: alla guida dell'azienda c'è Marchionne e non certo chi disegna le automobili, no?».