«Ampie lacune nell'offerta, poca efficienza nel gestire le scarse risorse» ROMA - Una giornata schizofrenica, per la cultura italiana, o meglio: per il sistema museale. Mentre alla Camera si discuteva del crollo della Domus dei Gladiatori nel museo a cielo aperto di Pompei, con il ministro Sandro Bondi che affermava di aver fatto «un grande lavoro», anche se «purtroppo non si possono escludere altri crolli» e che comunque questi non si possono addebitare alla scarsezza di risorse, ma alla loro gestione, anche perché «mancano architetti e archeologi»; a poca distanza, accanto all'area archeologica romana, si celebrava il progetto pilota per la creazione di sette poli museali d'eccellenza nel Mezzogiorno: a Napoli, Taranto, Melfi, Sassari, Sibari, Palermo, L'Aquila. Così il ministro Raffaele Fitto ha insistito sull'uso mirato delle risorse, mentre il vice di Bondi, il sottosegretario Francesco Giro ha detto che lo sviluppo del Sud avviene «sia attraverso l'attrazione dei flussi turistici di qualità, quali sono quelli culturali, sia attraverso una maggiore consapevolezza dei cittadini meridionali del valore del patrimonio del loro territorio». Ma accanto alle eccellenze, presenti e future, individuate scegliendo tra 18 candidature e che verranno realizzate con risorse garantire da Fitto, Invitalia (che ha lavorato per il ministero dei Beni culturali (Mibac) e il Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica ( Dps), è stata allegata anche un'analisi dell'attuale offerta museale meridionale: una somma di dati sconfortanti, se non drammatici. Intanto va precisato che lo studio è stato realizzato confrontando i dati della realtà meridionale con le situazioni più virtuose sparse nel mondo (benchmark, il termine tecnico) - per esempio i musei vaticani, il Pergamon di Berlino, l'Acropoli di Atene, la National gallery di Londra, il Mart di Rovereto, il sito archeologico spagnolo di Merida. E lavorando su alcuni parametri (ricerca e conservazione, valorizzazione dei depositi, comunicazione, didattica, allestimenti, accoglienza dei visitatori, gestione, ecc). La sintesi è questa: nonostante la sua straordinarietà il patrimonio culturale è gestito male, sconta debolezze intollerabili ed è in gran parte poco conosciuto. La ricerca si è snodata attraverso i musei veri e propri, ma anche siti archeologici o «luoghi» sacri o profani, come parchi o ville: «un'offerta consistente, ma poco attrattiva, soprattutto rispetto ad altre aree del territorio italiano». I musei «pubblici nazionali» meridionali, in particolare, «possono contare su una grande notorietà ma presentano ancora ampie lacune di offerta e spesso esigenze di profonda riqualificazione del progetto espositivo». In generale, ancora, siamo di fronte a un patrimonio ramificato in mille rivoli, anche minori seppur non meno importanti e che può essere valorizzato, come insegnano altre esperienze, per esempio emiliane, toscane, umbre. «Nel Mezzogiorno il nesso tra fruizione culturale e mercato turistico è tuttora quasi impercettibile, mortificato da politiche di promozione turistica incentrata sul mare e sui flussi di massa». Inoltre l'offerta culturale - si legge nel rapporto - sconta anche la frammentarietà del fronte istituzionale, e raramente «le politiche di valorizzazione assumono un orizzonte temporale esteso». Ma soprattutto - ed è la nota dolente - «il settore culturale in tutto il territorio italiano dispone di un volume di risorse pubbliche inadeguato alle esigenze di conservazione e valorizzazione e ciò assume un rilievo particolarmente negativo nel Mezzogiorno, dove l'offerta museale sconta da un lato una capacità di autofinanziamento molto limitata e una spesa media per visitatore molto bassa (solo 0,50 euro per l'acquisto di servizi); dall'altro una incidenza molto ridotta dei contributi privati». Ma non è tutto. «Il problema si acuisce laddove l'utilizzo delle poche risorse disponibili non è guidato da criteri di efficienza, logiche di verifica e sistemi di controllo sul loro corretto uso, meccanismi in grado di incentivare un utilizzo oculato, proficuo ed efficace delle finanze disponibili. D'altronde - continua il rapporto - non è affatto diffusa la cultura della misurazione dei risultati». Ma nemmeno questo è tutto: c'è il capitolo del personale, la cui cattiva gestione «sembra acuirsi proprio nella sfera statale, dove eccessive rigidità e carenze di risorse hanno limitato le possibilità di espansione delle competenze». Insomma, si tratta in prevalenza di custodi che nemmeno garantiscono l'apertura di tutte le sale museali. Un «quasi» colpevole disastro.
Un dossier del Governo demolisce il sistema museale del Mezzogiorno
Riassunto in 200 parole:
Il rapporto "Offerta museale meridionale: un'analisi dei dati" ha rilevato ampie lacune nell'offerta culturale del Mezzogiorno. La ricerca ha confrontato i dati della realtà meridionale con le situazioni più virtuose sparse nel mondo, come i musei vaticani, il Pergamon di Berlino e l'Acropoli di Atene. La sintesi è che il patrimonio culturale è gestito male, sconta debolezze intollerabili e è in gran parte poco conosciuto. I musei pubblici nazionali meridionali presentano ampie lacune di offerta e spesso esigenze di profonda riqualificazione del progetto espositivo.
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