«La responsabilità non è mia». Pd: dimissioni o sfiducia. Fli potrebbe votargli contro Il ministro si difende: non è questione di tagli ma di cattiva gestione ROMA. «Se avessi responsabilità mi sarei dimesso». Sandro Bondi si difende a Montecitorio dopo il crollo della Domus dei Gladiatori. Ma non convince l'opposizione che con il Pd ne chiede le dimissioni, presentando una mozione di sfiducia che potrebbe essere votata anche dai finiani. «Non le chiedo le dimissioni ma si assuma le sue pesantissime responsabilità politiche», dice Fabio Granata. «Concerteremo con gli altri partiti di opposizione e con Fli i comportamenti più utili», avverte Pier Ferdinando Casini, contattato da Gianfranco Fini durante l'intervento di Bondi. Nel pomeriggio Granata rilancia: «un passo indietro» di Bondi sarebbe «ben accetto». «Chiedere le mie dimissioni sarebbe un atto politicamente e moralmente ingiusto», dice Bondi. Per il ministro sarebbe «troppo comodo» addossare a lui e al governo che ha tagliato i fondi alla cultura, il crollo di Pompei. «In passato ci sono stati crolli anche più gravi», ricorda chiedendo all'opposizione di «evitare strumentalizzazioni politiche». Per Bondi i tagli non sono «la causa diretta dei crolli». Crolli che per altro potrebbero ripetersi visto che il ministro non lo esclude. Ma se non è un problema di finanziamenti perché una delle aree archeologiche più famose nel mondo è venuta giù? Per Bondi il problema è la gestione che va assegnata a nuove figure professionali. «Stiamo predisponendo le linee guida per una fondazione per Pompei: manager e sovraintendenti devono lavorare insieme». Secondo le indagini condotte dagli esperti a causare il cedimento della Domus non sono state le infiltrazioni, come sostenuto in un primo momento, ma la pressione sviluppata sulle murature dell'edificio da un terrapieno che si trova a ridosso della costruzione, imbevuto di acqua per le forti piogge. «Il crollo era annunciato, la verità è che non si è fatto tutto quello che si doveva fare per il restauro, noi le chiediamo le dimissioni non per un fatto specifico ma per lo stato di abbandono della cultura italiana», attacca Walter Veltroni. L'ex segretario del Pd rinfaccia a Bondi di far parte di un governo dove il ministro del Tesoro dice frasi come «con la cultura fatevi un panino». «Si è chiuso un ciclo, si dice che bisogna spegnere la luce, la luce è già spenta», avverte. Tocca a Dario Franceschini, il capogruppo del Pd, ufficializzare: dimissioni o sfiducia. Nel pomeriggio Bondi replica: «non vedo perché dovrei dimettermi». Questa volta è Pier Luigi Bersani a replicare: «La maggioranza del Parlamento non è del suo avviso». (m.b.)