No. Il disastro di Pompei non è "la metafora dell'Italia d'oggi", come si continua a ripetere. Non lo è per le ragioni che dirò. E non lo deve essere, per l'impegno di tutti quelli che hanno buona e sana volontà, per i quali è venuto il momento di riconoscersi a pieno e di distinguersi con forza. Non lo è, perché - diciamolo finalmente, perché finalmente è chiarissimo - il disastro di Pompei è frutto di responsabilità precise, ben delimitate. Non scaricabili sulla malvagità del meteo o sulle "annose problematiche". Non è tanto la sfilza di battute rivelatrici - sorta di lapsus freudiani dell'inconscio culturale che di botto rivelano una mentalità - che per essere pronunciate con sarcasmo non sono meno terrificanti: "La cultura non si mangia", "Fatevi un panino con la Divina Commedia" (attribuibili al ministro Giulio Tremonti), "C'è chi pensa di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei" (attribuito al presidente della Regione Veneto Luca Zaia). No. Il peggio è il silenzio. In anni, decenni oramai, di governo berlusconiano, non abbiamo sentito - fuori dalle "emergenze" e dalle pronte ipocrite giustificazioni - un suo rappresentante proporre una volta, così per variazione del menu, un autentico, convinto, convincente, appassionato progetto culturale. Un'iniziativa che rivelasse un coinvolgimento credibile, uno slancio, una tifoseria disinteressata, l'ossessione, che so, per un quadro, per un paesaggio, per un teatro. Solo giustificazioni a posteriori: i tagli, la crisi, l'idrogeologia, la burocrazia. Fandonie. Dopo il delitto di Pompei, il ministro Sandro Bondi si è subito trincerato dietro la mancanza di fondi. Per correggersi al volo. I fondi per Pompei c'erano e ci sono. Pompei incassa 20-25 milioni. E gode di autonomia contabile. Allora si è rifugiato in corner: gestire Pompei è difficilissimo per la giungla di leggi e norme burocratiche. Ma non è lui ad aver introdotto trionfalmente, a costo di sbarazzarsi di Salvatore Settis (il benemerito redattore del Codice dei beni culturali e paesaggistici), la cultura del management, collocando irresistibili venditori di hamburgher alla Direzione generale dei musei? Non è lui ad aver commissariato Pompei con persone di sua fiducia? È dunque fallito, fin da subito, anche il progetto manageriale? Non rimane che affidare tutto a privati? Che è come ammettere la resa e confessare la sconfitta. Ma c'è un altro punto assai grave, al di là del crollo della Domus o Schola Armaturarum (Bondi sostiene che forse l'edificio e persino gli affreschi si potranno recuperare: davvero? e come? solo perché lo "auspica" lui? e a quale prezzo? perché non parla dei costi?). Il punto è la scarsa valorizzazione di un sito unico sul pianeta, gestito malissimo, e che dovrebbe invece ospitare in condizioni adeguate il doppio, il triplo almeno, di visitatori. Un sito la cui unicità non è sancita semplicemente da un atto formale dell'Unesco (che tra l'altro esige un preciso piano di gestione specifico, che chissà quali torsioni ha preso), ma perchéè l'unico in cui sia possibile contemplare non solo documenti e monumenti sbalorditivi, scioccanti, stupendi del passato, come raramente altrove, ma insieme cogliere di quel passato la vita. La vita, l'habitat, il paesaggio, la cultura nel senso antropologico- arte della sopravvivenza e stile di vita, miti compresi - di duemila anni fa. Una narrazione essenziale da conservare per le future generazioni che si rispecchino nella continuità e nelle differenze con quel passato, trovando così la propria identità. E gli scavi non hanno ancora fatto emergere tutta Pompei. Per fortuna!, aggiunge ironicamente Robert Harris, l'autore del grande romanzo "Pompei". Esiste, invece una via italiana e una storia italiana che è fatta di tante belle e faticose lotte per il paesaggio e per il patrimonio artistico. Così pure per la sua valorizzazione. Un libro recente: Donato-Badia, "La valorizzazione dei siti culturali e del paesaggio" (Olschki, 2008). Ma il grande personaggio centrale di questa storia resta Benedetto Croce, che con altri grandi filosofi europei cone Georg Simmel, all'inizio del Novecento ripensò il paesaggio in chiave storico-artistica. Croce però si dette da fare non solo nella teoria. S'impegnò politicamente. Occorreva, secondo lui, una legge che «ponesse, finalmente, un argine alle ingiustificate devastazioni che si van consumando contro le caratteristiche più note e più amate del nostro suolo». Così scriveva nella sua relazione. Poiché«difendere e mettere in valore le maggiori bellezze d'Italia, naturali e artistiche» corrisponde ad «alte ragioni morali e non meno importanti ragioni di pubblica economia». Croce citava poi i movimenti per il paesaggio in Francia, Germania, Svizzera, Austria e Inghilterra, citava Ruskin («Il paesaggio altro non è che la rappresentazione materiale e visibile della patria»). La legge n.778 fu approvata l'11 maggio 1922, e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 21 giugno, quattro mesi prima della marcia su Roma. È a lui e ai tanti che lo seguirono (Giuseppe Galasso) che l'"altra Italia" - ormai non può che definirsi così - vuole e può ispirarsi. Fuori e dentro le manifestazioni come quella di venerdì 12 novembre, "Giornata di mobilitazione nazionale e difesa del diritto alla cultura", promossa da Anci, Federculture e dal Fai, con una forte mobilitazione genovese, con la Fondazione del Ducale in prima linea: "Porte chiuse, luci accese sulla Cultura". Giorgio Bertone è ordinario di Letteratura italiana all'Università di Genova.
Disastro di pompei firmato bondi: il crollo della domus Armaturarum
Il testo critica la gestione del sito archeologico di Pompei, accusando il governo italiano di averlo gestito male. Il testo sostiene che il disastro di Pompei non è una metafora dell'Italia d'oggi, ma piuttosto un esempio di responsabilità precisa e di gestione maladetta. Il testo ricorda la legge n. 778 del 1922, che stabiliva la protezione del paesaggio e delle bellezze artistiche, e sostiene che questo è un esempio di come l'Italia possa valorizzare i suoi siti culturali e paesaggistici. Il testo conclude che il sito di Pompei è un esempio unico del mondo e che la sua valorizzazione è importante per la cultura e l'identità italiana.
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