Se gli abitanti di Koenisberg regolavano gli orologi in base alle passeggiate quotidiane di Kant, gli habitué dellarte milanese hanno tarato per decenni il barometro del gusto sulla presenza tutelare, a ogni inaugurazione della città (e non solo: era un viaggiatore instancabile) di Paolo Consolandi. Che invece mancherà proprio al vernissage della sua mostra, sabato sera. A pochi mesi dalla scomparsa, a 89 anni, e dallesposizione a Palazzo Reale dei suoi libri dartista, la raccolta del decano dei collezionisti meneghini entra in un museo. Non della sua città, come avrebbe sognato, ma al Maga di Gallarate, che ne accoglie quasi 200 opere. «Su un totale di un migliaio. Dai souvenir più minuscoli agli acquisti improvvidi, mio padre non si è mai separato da nulla» racconta il figlio Enrico, che ne ha raccolto il testimone insieme alla sorella Claudia: «Constatato che a Milano non cerano istituzioni in grado di offrire tanto spazio e disponibilità, abbiamo accettato con gioia linvito della direttrice del Maga Emma Zanella». A curare la selezione, due critiche cui Consolandi era legato da tempo, Francesca Pasini e Angela Vettese. Che hanno suddiviso il percorso in sette nuclei tematici (Oltre la materia; Orizzonti; Scrivere e scriversi; Dialoghi eclettici; Corpo e mente; Ritratti, autoritratti e altro; Things), per raccontarne il gusto eclettico, «sempre pronto a fare posto alla contemporaneità, nelle passioni come in casa, anche a costo di affollarla di pareti scorrevoli», ricorda Pasini. Warhol, Buys, De Dominicis, Kosuth, Agnetti, Paolini, Garutti, Sherman, Hirst: una parata di pezzi da museo - e quanto avrebbe voluto ce ne fosse uno, sotto alla Madonnina, Consolandi lo ha ripetuto fino allultimo - fino ai giovanissimi, che amava seguire dagli esordi, quando avevano quotazioni accessibili e gli permettevano di cogliere nel segno prima di altri. Per la prova del nove, basta scorrere le date. O per esempio constatare che il famoso «dito medio» di Cattelan, Consolandi laveva già: in unedizione del 2009, che riproduce la mano mozza a grandezza naturale, in gomma rosata. Così come possedeva fin dal '97 la mano inchiodata al banco da una matita. Il percorso inizia al pianterreno, col video Déserts di Bill Viola e i formidabili Fontana, Manzoni e Castellani degli anni '60, tutti bianchi, che hanno attirato nella casa di via Santa Marta, stuoli di artisti, collezionisti e studiosi. Erano il punto di partenza dellavventura di Consolandi, iniziata insieme alla moglie Franca e sotto la guida critica dellamico Guido Ballo. Scorrono larte cinetica di Colombo e Boriani, il grande arazzo di Boetti che teneva in camera da letto, frammenti di paesaggio (Penone, Fabro, Anselmo, Long), il Nam June Paik catodico del soggiorno. Il titolo della mostra, Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando? è rubato a unopera di Fischli Weiss, mentre alla fine del percorso, una grande pedana accoglie opere e memorabilia. Lui, il notaio Consolandi, compare in due foto: una grande e rigorosa di Struth (del '96) circondato da figli e nipoti piccoli, e unaltra del 2007 di Shabazz Jamel, con gli stessi ragazzi cresciuti, che lo abbracciano scanzonati. Ma che fine farà la collezione, dopo la mostra? «Credo che questa prima uscita sarà anche lultima», dice Enrico. «Per i libri dartista, abbiamo stipulato un accordo con la Soprintendenza per consentire visite su appuntamento, e così vorremmo fare per le altre opere. La casa resterà comera, mentre stiamo ristrutturando un magazzino per collocarvi i lavori e larchivio, un capolavoro di ordine. Ma non pensiamo a una casa museo. Chi vorrà venire, ci farà piacere, come sempre». Nessuna donazione al futuro Museo del Novecento? «Concederemo alcune opere in comodato, a Milano come anche a Gallarate. Ma tutto il resto rimarrà a casa, sotto lo stesso tetto dovera nato nostro padre».