Tiene tutto nel suo ragionamento sui beni culturali Davide Rampello. E a due giorni dall'avvio dei lavori di Florens 2010 risponde a quanti hanno additato l'iniziativa come un contenitore di marketing applicato alla cultura, proponendo la terza via per lo sviluppo del sapere, del bello e della conoscenza in Italia. La polarizzazione tra conservazione e tutela da un lato e valorizzazione, sviluppo e ritorno economico dall'altro per il direttore artistico della Davos della cultura è infatti un dibattito sterile. «Perché dice lui a scanso di equivoci voglio subito chiarire che in questi sette giorni non cercheremo di proporre un modello di gestione anglosassone o americano nel nostro paese, ma di cercare la via italiana per lo sviluppo dei beni culturali in chiave moderna pur nel rispetto della storia e della tradizione». Che vuol dire? Prendiamo Pompei. Da più parti s'invoca il passaggio a una gestione privata del sito archeologico dopo il crollo della Casa dei Gladiatori. È la risposta giusta ed è applicabile in senso più ampio? «No, non si tratta di passare dallo Stato al privato: in quel caso e non solo serve una Fondazione. Un modello di gestione misto che impegni gli organismi di governo ma che dia spazio anche a chi è capace di produrre ricchezza dalla cultura». E per far questo cosa serve? «Occorrono dei gestori. Gente capace di amministrare e di valorizzare i beni culturali». Mi scusi ma le sembra possibile, per ritornare a Firenze, che ad amministrare la quantità inesauribile di bellezze artistiche di questa città non ci sia uno storico dell'arte? Insomma la figura del Soprintendente, per esempio, è centrale. «Certo che sì, chi ha detto il contrario. Solo che va affiancata a professionalità nuove». Va bene allora ci dica di quali professionalità ci sta parlando. Può farci la lista di quello che manca a Firenze e in Italia per far muovere il motore (anche economico) dei beni culturali? «Proviamoci. E premetto subito che per stilare con lei questa lista non posso non fare riferimento alla mia esperienza alla Triennale di Milano (di cui Rampello è presidente ndr). Ciò premesso per far funzionare quella macchina e per riuscire a portarla da 60 mila a 500 mila visitatori all'anno servono e sono serviti un'amministrazione efficiente, affiancata a un'area marketing e a uno staff di comunicazione; un laboratorio di idee, un servizio di customer satisfaction, e una parallela valorizzazione di quelli che normalmente vengono chiamati servizi. Penso ai bookshop e ai caffè delle aree museali. Chiamarli servizi, per l'appunto, è a mio avviso riduttivo. Un luogo ben gestito offre anche un ristorante di qualità e una libreria altrettanto ricca. Perché l'impatto con uno spazio della cultura deve essere gradevole a 360 gradi». Un modello del tutto innovativo... «Innovativo ma che trae ispirazione dalla storia di questa città. Il Rinascimento a Firenze è stato tutto questo. Ha visto l'impegno di banchieri, uomini di commercio e d'arme per lo sviluppo dell'arte, raggiungendo risultati altissimi. Le dico di più se è stato possibile toccare i vertici del Rinascimento ciò lo si deve al fatto che nel 1500 Firenze era un città colta in senso unitario. Non c'era divisione tra protagonisti economici e culturali della vita della città. Piuttosto lavoravano insieme per lo stesso obiettivo. Ecco in qualche modo dovremmo tornare li. Abbattere le divisioni». Scusi guardiamo a sabato 20 novembre. Lei si potrà dire soddisfatto se succederà cosa in questa sette giorni fiorentina... «Se riusciremo a concretizzare delle proposte operative sulla scorta di quanto ci siamo detti fino a ora e se riusciremo a porre le basi per la stesura di una nuova carta dei beni culturali». Cosa dovrà esserci in questa carta? «Quello che già c'è ma molto di più. Va allargato il concetto di bene culturale. Che non è più solo un museo, un sito archeologico, un quadro e quello, insomma, che già conosciamo. Ma anche l'ambiente, e perché no la città, e poi soprattutto l'artigiano: cioè colui che detiene il sapere delle mani. Ecco questo soggetto deve diventare un bene culturale vivente. E per artigiano non intendo solo le figure tradizionalmente intese ma anche chi opera nel comparto agro-alimentare» Crede che l'obiettivo sarà centrato? «Lo spero ma se le posso dire una cosa sono già contento di quanto fatto finora. Abbiamo fatto 89 incontri con le varie categorie cittadine. In un certo senso per preparare Florens 2010 abbiamo ricucito il tessuto della città mettendo insieme, intellettuali, tassisti, l'arcivescovo e gli artigiani. Quell'unità cui si accennava prima in realtà l'abbiamo già cominciata a costruire».