Per la prima volta, Intesa Sanpaolo e Crf entrano direttamente in una fondazione per la cultura. Una esperienza che «durerà anni», giura Aureliano Benedetti. Presidente della Banca Cassa di Risparmio di Firenze, e membro del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo racconta come è nata Florens 2010. E come è nata questa «prima volta». «Florens è partita da Firenze, ma il rapporto con Intesa è stato molto costruttivo. D'altra parte, delle banche retail, 10 sono controllate da Crf, subholding del gruppo: e questo porta evidente autorevolezza». Come è partita allora questa idea? «Quando il presidente di Confindustria Firenze, Giovanni Gentile, ritornò da Davos e mi portò questa riflessione: "Forse bisognerebbe attrarre più attenzione sul tema della cultura a Firenze". E' nata così questa bella avventura. All'inizio, c'era solo un comitato. Sa, io faccio il commercialista e per esperienza so che il comitato è una cosa che va e viene. Così, io ho suggerito di trasformare il comitato in fondazione. Soci siamo noi di Cassa di risparmio e Intesa, Confindustria, Cna». Per far sì che la Biennale non restasse un solo evento? «Sarà un grande evento. Ma le assicuro, gli anni dispari saranno quelli più importanti. Gli anni in cui non si terrà la Biennale diventeranno fondamentali. Vogliamo persone che si mettano a studiare, a sviscerare le tematiche clamorose che stanno intorno alla cultura, al paesaggio, all'ambiente. Anche se intanto io sarò costretto a cambiare il discorso che avevo preparato...». Prego? «Un paio di anni fa l'Economist scrisse: "Il 50 per cento delle opere d'arte del mondo sono in Italia, il resto è a sicuro". Mi ripromettevo di cominciare la mia introduzione al convegno del i8 novembre ricordando che l'Economist ha questa sua ironia, ma anche che è più facile conservare il vallo di Adriano che la cappella Sistina o il Duomo di Noto. Dopo Pompei, non lo posso più dire. Dopo Pompei per l'archeologia, dopo quello di inaudito che è successo a Napoli per tanti altri aspetti. Certo, ci sono restauri fatti a giro nel mondo che sono ridicoli, e che non faremo mai in Italia, dato che abbiamo i migliori restauratori al mondo. Ma ora dobbiamo impegnarci tutti di più, sul rapporto tra cultura ed economia». Un binomio nel quale credete, questo è il senso della vostra presenza nella fondazione della Biennale. «Intesa San Paolo sente il peso e la responsabilità di un rapporto forte con la società. Il nostro patrimonio, come nazione, è il patrimonio artistico, l'ambiente. All'estero non sappiamo più come riscattare la nostra faccia. Mi capita di parlare con francesi, inglesi che chiedono: "Ma cosa combinate, in Italia". E' inaudito. Così come è inaudito che il ministro Bondi dica che i soldi ci sono per il nostro patrimonio artistico, ma si spendono in modo non adeguato. Almeno, lasci la foglia di fico che non ci sono quattrini! E poi la scusa che ha accampato per Pompei, "negli anni '50 hanno fatto il tetto in cemento armato". Lo dovevano togliere! Sennò si torna a quello che successe quando a Roma era sindaco Rutelli: le mura di Aureliano crollarono per un centinaio di metri. La scusa accampata fu: purtroppo erano state costruite male. Mille e ottocento anni prima?». Il ministro dell'economia Giulio Tremonti ha detto che con la cultura non si mangia. «L'ha detto forse alla giornata del risparmio? Lui è "ipse dixit". Non voglio mettermi a fare il braccio di ferro con lui. Ma se a Firenze ci togliessero gli Uffizi o Palazzo Vecchio, non verrebbero più neanche a mangiare nei nostri ristoranti. E non mangeremo più». Adesso, è necessario un salto di qualità importante: ma è possibile che le eccellenze che abbiamo, basti pensare ai restauratori fiorentini, diventino un volano più forte di adesso? «Esattamente. Dovremmo sfilare una collana di tutte queste perle se non vogliamo affondare. Questa settimana dei beni culturali non sarà tanto la kermesse, seppure importante, ma nella tre giorni del convegno dovremo sviscerare tutti gli aspetti e, tra due anni, riproporre l'aspetto scientifico del "che fare"». Non sarà troppo tardi? «Non si danno soluzioni su questi argomenti se non si studia. Altrimenti, diventa la fiera della vanità. La Biennale è una chiamata alle armi. Affronteremo tutti i temi e ci daremo una dead line: magari, decidendo di farla tutti gli anni. Se non diamo tanti colpi di reni, continueremo ad avere i cani randagi a Pompei e una Firenze sconciata. Dobbiamo uscire da questa morta gora, far capire che si può uscire. Magari, non raccontando barzellette».