La ricostruzione non è partita, ma le tasse si pagano di nuovo. Gli sfollati sono ancora migliaia, ma nessuno ne parla più L'Aquila Uno spiegamento di forze spropositato chiude le strade verso la scuola della guardia di finanza che fu la sede del G8. Blindati e cordoni a contenere la contestazione pacifica del ritorno di Berlusconi a l'Aquila dopo dieci mesi. «Corruzione e polizia, questa è la vostra democrazia», gridano i manifestanti in risposta al tentativo di rimuovere lo striscione. «Fatti non escort», «Tu bunga bunga, noi tasse tasse», si sono aggiornati i cartelli di protesta che stanno accanto a quelli classici: «3e32, noi - non ridevamo». Passano le auto blu degli invitati, i pullman della Protezione civile, «Servi, servi». Gli unici a ricevere applausi sono i vigili del fuoco: «Rispettiamo solo i pompieri». Diciotto mesi, un secondo inverno alle porte con la neve e l'acqua che sgretolerà ancora di più la città storica. «La città proibita», la chiama Walter Tortoreto, intellettuale e musicologo. «la città fantasma», dice Mauro Zaffiri, fra gli organizzatori della manifestazione, guardando verso la "zona rossa", un'intera città da cui sono tuttora esclusi gli abitanti: in migliaia, ancora, negli alberghi e sulla costa, mentre tutti pagano al 100 i mutui delle case distrutte e versano le tasse per servizi che non ci sono (compresi, da gennaio, gli arretrati per la sospensione ottenuta nei primi mesi del 2010). È questa l'ultima tragedia dell'Aquila che porterà, il 20 novembre, alla manifestazione nazionale «Sos, l'Aquila chiama l'Italia», per dare il via alla raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare. Perché il paradosso è che nel capoluogo abruzzese si succedono i commissari e le ordinanze ma le istituzioni dello Stato non sono messe in condizioni di funzionare secondo la legge. La città d'arte che ha i190 di edifici antichi e vincolati puntellata da milioni di tubi (27 euro a nodo) su cui mura e facciate entrano in carico e che non potranno più essere tolti. Lo Stato ignorato, ne sanno qualcosa le forze di polizia che hanno rinunciato alla loro protesta, ieri, spiega Fabio Lauri del Siulp, «per l'impossibilità materiale di farsi vedere dal presidente del Consiglio». Ma «siamo ancora sistemati in baracche e nel sottoscala di una banca pagando 8000 euro di affitto al mese, unica istituzione dello Stato a non avere una sede». Ricostruzione e rilancio dell'economia, chiedono i dimostranti. Ma le ordinanze destinano i fondi alle sole abitazioni principali. Un assurdo, se si guarda al centro storico de l'Aquila, città commerciale e, come tutti i centri, piena di immobili adibiti a servizi, uffici, terziario. Bertolaso sosteneva che l'ordinanza è uno strumento più flessibile e invece si è dimostrato uno strumento contraddittorio e immobile. La richiesta è una legge, che dia certezza di diritto e di flussi finanziari.
l'Unità
10 Novembre 2010
L'Aquila. Finiti i bagni di folla restano i drammi
JO
Jolanda Bufalini
l'Unità
L'Aquila è ancora afflitta dalle conseguenze del terremoto del 2009. Gli abitanti sono ancora sfollati e pagano tasse per servizi non esistenti. La città è stata chiusa alle istituzioni dello Stato, comprese le forze di polizia, che hanno rinunciato alla protesta per l'impossibilità di incontrare il presidente del Consiglio. I manifestanti chiedono la ricostruzione e il rilancio dell'economia, ma le ordinanze destinano i fondi alle sole abitazioni principali. La città è stata dichiarata "zona rossa" e gli abitanti sono stati esclusi.
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