Capannone selvaggio nel Veneto modello Un sindaco: «Grandi opere? Ma se non riusciamo a mantenere il territorio: eppure costerebbe molto meno delle emergenze» Con l'acqua alla gola: autostrade chiuse, campi allagati, interi distretti produttivi in ginocchio e, soprattutto, tre vittime. È il risultato di due giorni di pioggia in Veneto. Sono gli effetti del "governo Galan", ereditato da neanche un anno dal leghista Luca Zaia. È l'alluvione dell'incuria, dell'interesse privato, della politica irresponsabile. Il modellò veneto imperniato su Grandi Opere, project financing e sussidiarietà si è tradotto in un folle consumo del territorio a senso unico. Per i dati Istat, tra 1978 e 1985 ogni anno nel Veneto sono stati edificati quasi 11 milioni di metri cubi di capannoni. Dal 1986 a11993 sono stati oltre 18 milioni all'anno per poi salire negli anni successivi a oltre 20 milioni. Il salto nel 2000: 27 milioni nel 2001, 38 nel 2002 e così via. Per le abitazioni, negli anni 80 e 90 venivano rilasciate concessioni edilizie pari a 9-10 milioni di metri cubi anno. Nel 2002 oltre 14, nel 2003 quasi 16, nel 2004 oltre 17. In provincia di Padova in vent'anni la superficie agraria è diminuita del 20, in quella di Treviso del 30, in quella di Vicenza, epicentro dell'emergenza, del 40. E sopra questo territorio cementificato e asfaltato, Prealpi e Alpi sono in abbandono. Numeri, ma ancora nessun nome: perché in Veneto è già cominciato il classico scaricabarile, di tricolore tradizione. Non è colpa dei sindaci, che si trincerano dietro ad un patto di stabilità che non consente di sforare il budget. «I consorzi di bonifica e gli enti che si occupano dei nostri fiumi sono troppi e con competenze troppo limitate, se non confusespiega il sindaco di Caldogno, Marcello Vezzaro alla fine non riusciamo a fare neanche gli interventi più semplici, non sappiamo neanche a chi chiederli». È però innegabile che le case, e quindi i laboratori artigiani, arrivino fin quasi all'argine del fiume: qualche ammissione, sui piani regolatori degli ultimi 20 anni, andrà pur fatta: «sarà necessario porre una maggiore attenzione sul tema dello sfruttamento del territorio ammette Vezzaro non solo da parte degli amministratori locali, ma da tutti i cittadini». Ripristinare gli argini e pulire i letti dei fiumi non porta voti. Come non porta voti negare concessioni edilizie o non trasformare un terreno ad uso agricolo in edificabile, per non dire «a destinazione d'uso industriale». «Ma la realtà è che buttiamo via i soldi: conclude Giovanni Maria Forte, sindaco di un comune vicentino, Costabissara, alluvionato nel 2002, una vittima Si parla di grandi opere, a livello nazionale e regionale, e non siamo capaci di mantenere il territorio: costerebbe infinitamente meno che gestire le emergenze».