Caro direttore, oso sperare che l'indignazione del Presidente della Repubblica salvi Pompei dai due pericoli che sta correndo: da una parte il generale collasso del monumento, dall'altra l'abdicazione dello Stato a favore di una fondazione pubblico-privata, ufficialmente annunciata dal ministro Bondi. Veniamo al primo pericolo. Fin quando alcuni vecchi operai si curvavano sui fragilissimi muri di Pompei, con una cucchiaiata di malta qua e una tompagnatura là, si è evitato il peggio. Ma due anni fa gli operai curvi per antico amore andarono in pensione. Si chiese al ministro di assumerne altri. Il ministro disse che non poteva. Qualche mese dopo, vennero invece spesi fiumi di soldi per avviare Pompei a un destino da luna park, per fare il Teatro e per gli spettacoli organizzati dal capo di gabinetto del ministro, Nastasi, che era pure commissario al San Carlo. Attenuata la sacrosanta indignazione, sono certo che il Presidente chiederà soluzioni per arginare il disastro. Per esempio mandare a Pompei qualcuno che la conosca, che ne conosca muro muro, casa casa, pittura pittura, colonna colonna. Che magari lì dentro ci sia nato. Che magari ci ha pure trovato l'ultimo tesoro, proprio nella casa di Giulio Polibio, adiacente alla compianta Schola Armaturarum. Qualcuno che magari faccia fare subito un monitoraggio (quello militare e quello successivo forse sono superati) e che magari in due, tre anni conduca Pompei fuori pericolo. Il nome? Mi limiterò a dire che il Corriere del Mezzogiorno lo ha già fatto. Aggiungerò che va in pensione dal prossimo primo dicembre. Una soluzione che non dovrebbe spaventare un ministero nel quale l'ultimo commissario della Protezione civile a Pompei, già pupillo di Rutelli, già braccio destro di Bertolaso, è stato nominato alto dirigente senza concorso e senza esami. E ha la delega proprio per Pompei, anzi è lui che sta curando la nascita della prevista fondazione. Veniamo allora al secondo pericolo. Lasciamo per ora da parte il malevolo sospetto che la presenza di privati possa favorire infiltrazione di cricche note e ignote, pensiamo al salvataggio di Pompei. La politica impone compromessi a tutti. E allora si potrebbe prospettare anche una soluzione di tipo collegiale, un «comitato». A questo punto è doveroso indicarli, questi nomi: De Caro, Proietti, Fiori. Tra loro ci sarà bene «colui che deve salvare Pompei». Ma da ieri i pericoli per Pompei sono diventati tre: il presidente del disastrato Veneto, il leghista Zaia, si è scagliato contro «chi pensa di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei. Una vergogna». E mi pare dimentichi che «di quattro sassi (e molta acqua)» è fatta anche Venezia. Ebbene dalla Regione Campania, a quattro giorni dal disastro di Pompei, nemmeno una parola. Eppure l'utilizzazione finale del richiamo che Pompei esercita nel mondo è proprio la Campania... Chissà cosa direbbe il mondo se la cultura che la storia ci ha tramandato si trasformasse per inarrestabile disintegrazione in pura immagine virtuale. O se lo Stato si ritirasse lasciandola ai privati.