Pezzi di inestimabile valore nei sotterranei del museo, collezioni chiuse e negate al pubblico per mancanza di spazio e personale Affreschi, statue, mosaici, pezzi rari di inestimabile valore. È l'arte prigioniera a "Sing Sing", uno dei cinque depositi del Museo archeologico nazionale di Napoli. Il nome ispirato al carcere di New York spiega il paradosso delle collezioni chiuse nei musei italiani e negate al pubblico per mancanza di spazio e personale, scarsità di fondi e interminabili lavori di manutenzione. Il Mann però schiude i cancelli dei suoi depositi a "Repubblica": seimila e duecento metri quadri che custodiscono centinaia di migliaia di opere d'arte, troppe per essere inventariate dai pochissimi dipendenti. La sproporzione tra i numeri è una costante in questa storia, dove i depositi misurano appena trecento metri quadri in meno delle sale espositive che ospitano cinquemila pezzi in tutto. Persino nei cortili interni sono accatastate colonne di epoca moderna e statue più antiche, senza una protezione dalle intemperie. Tra le opere, incanta l'affresco di "Eracle e Telefo" (I secolo d.C.) staccato dalla Basilica degli scavi di Ercolano nel Settecento. L'eroe ritratto di spalle come nell'Ercole farnese è con il figlioletto allevato da una cerva in Arcadia. Non è da meno "Achille e Chirone": l'affresco, in cui il centauro insegna a suonare la cetra al figlio di Teti, fece scalpore perché fu tra i primi a essere ritrovato. Ma accanto ai capolavori ci sono anche tavole con i commenti dei clienti dei lupanari sulle meretrici possedute o i programmi elettorali. È una rarità la "Artemide arcaistica": la statua mostra Diana che allungando il passo allarga le pieghe della veste, ce ne sono solo altre due simili al mondo. Ritrovata a Pompei, la scultura aveva tracce di colore quando è riemersa dallo scavo. Un unicum anche il "Cavallo Mazzocchi", che faceva parte di una quadriga bronzea che il Mann progetta di ricostruire. Il fascino del busto in argento dell'imperatore Galba aumenta guardando la deformazione provocata dall'eruzione. Conservato fino al petto, mostra un volto col naso aquilino, la bocca larga e il mento grosso e sporgente. Tratti che consentono di riconoscere l'imperatore nonostante lo schiacciamento grazie al confronto con l'effigie sulle monete. Analizzando i percorsi, risulta chiaro che a partire dal dopoguerra i depositi sono stati organizzati per essere aperti al pubblico. Un'intenzione che restituirebbe al museo la dinamicità con cui l'avevano concepito i Borbone nell'Ottocento. Ma non ci sono i mezzi per farlo, si cerca quindi di strappare nuovi spazi all'edificio, accelerando il più possibile i lavori di messa in sicurezza delle sale volti a recuperare tremila metri quadri e completando la costruzione del braccio nuovo a cui si lavora dal 2006 (servono 11 milioni per realizzarlo). «Stiamo cercando di restituire alla città il più alto numero possibile di collezioni spiega la direttrice del Mann Valeria Sampaolo . Bisogna puntare sulla comunicazione, adeguare i servizi ai tempi per attrarre un pubblico vasto come quello dei crocieristi, ma anche i cittadini che non devono limitarsi a seguire l'evento. Registriamo oltre 300mila visite l'anno, ma sono poche considerata l'importanza della collezione». Già a metà novembre riapriranno dopo nove mesi la collezione dei mosaici e il gabinetto segreto delle opere a soggetto erotico. Torna quindi anche il mosaico di Alessandro Magno staccato dal pavimento della casa del Fauno di Pompei, è il più grande emblema figurato delimitato da cornice restituito dal mondo antico. Un milione di tessere compongono l'opera di cinque metri per tre che raffigura la battaglia di Isso contro Dario III nel 333 a.C. (05 novembre 2010)