C'è il rischio di un falso bipolarismo, anche nel campo dei beni culturali. Non sono tra coloro che vedono nel patrimonio culturale solo una risorsa economica, come qualcuno potrebbe aver dedotto dall'articolo di Tomaso Montanari pubblicato sul Corriere Fiorentino di sabato scorso. Condivido del tutto la definizione di bene culturale come «testimonianza di civiltà», non solo, ma anche il comma 2 dell'art. i del Codice dei beni culturali che recita: «La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura». Non basta qualche «anglismo» per associarmi al campo avverso. Il termine «enjoiment» rende meglio l'idea di «diletto» ed è il termine usato dall'Icom (il consiglio internazionale dei musei); mentre «store» è termine migliore di «bookshop», in Italia usato in maniera impropria, che comunque è un anglismo. Certamente resta una diversa maniera di considerare il patrimonio culturale. Per la maggioranza degli storici dell'arte esclusivamente oggetto di ricerca estetica; per molti altri una componente fondamentale del patrimonio storico di una comunità, nazionale o locale che sia; ragion per cui la sua conoscenza va diffusa non solo fra gli specialisti ma anche fra tutti coloro, e sono moltissimi, che vogliono conoscere la storia del Paese. Perché questo avvenga occorre che i musei siano «attrattivi», che siano luoghi dove si va volentieri, non luoghi di mortificazione e di noia. E nemmeno luoghi dove si respira un'aura sacrale che li rende simili ad un tempio laico. Molti anni fa il sociologo francese Pierre Bourdieu fece una ricerca sul pubblico che frequentava Santa Maria Novella, cercando di individuare i comportamenti dei «devoti» e quello dei visitatori che entravano per vedere Masaccio e le altre opere d'arte. La conclusione era che entrambi i pubblici finivano per adottare gli stessi comportamenti ispirati ad un atteggiamento reverenziale. Ecco, non sembra indispensabile che nei musei si debba respirare la stessa atmosfera che, si ritiene, debba esserci in una chiesa. Purtroppo la mia opinione non è affatto quella, come dice Montanari, prevalente in Italia da quasi quarant'anni. Anzi. I musei statali, nonostante l'enorme aumento di pubblico, continuano a essere sostanzialmente quelli dove entravo cinquant'anni fa, luoghi dove l'alternativa è essere storici dell'arte oppure far parte di mandrie inconsapevoli trascinate qua è là dalle esigenze del turismo cosiddetto culturale. Non esistono di fatto servizi rivolti ai tanti visitatori che non appartengono a queste due categorie. Servizi che rendano attrattivo il museo e abbiano come risultato quel senso di «enjoiment», che non è qualcosa di disdicevole oppure assimilabile alle sensazioni che, immagino, provano quelli che frequentano le discoteche, ma un fatto dello spirito.