Parla l'architetto Andrea Mandara, estensore di un piano sistematico e in più fasi per il monitoraggio della città antica Per fugare ogni dubbio sul presunto abbandono di Pompei da parte dei suoi stessi soprintendenti - ipotesi sbandierata in molte dichiarazioni governative, dal supermanager Mario Resca allo stesso ministro Sandro Bondi - sarà bene ripercorrere un po' di storia recente e raccontare cosa si è fatto negli anni passati per cercare di conoscere a fondo uno dei siti archeologici più importanti al mondo, ma anche tra i più complessi, data la sua vastità territoriale. L'architetto Andrea Mandara è stato l'estensore, insieme a Giovanni Longobardi, di quello che venne chiamato «Un piano per Pompei», una mappatura in più fasi (parti nel 1999 con un finanziamento di una fondazione americana, la World Monuments Fund) del sistema urbano della città antica: attraverso continui sopralluoghi nelle aree visitabili e in quelle non aperte al pubblico, regione per regione (porzioni di spazio che comprendono più «insulae»), fino alle singole Domus, architetti e archeologi hanno analizzato e monitorato il terreno scavato, le mura, le coperture, le decorazioni. Una cartografia dell'esistente preziosissima che faceva leva su un intreccio fertile di competenze per passare poi dalla raccolta dati all'intervento vero e proprio, stabilendo una priorità non esclusivamente emergenziale e cercando di dribblare le pastoie burocratiche per lo stanziamento dei fondi. «Pompei - spiega Mandara - va considerata con una valutazione 'doppia': oltre a essere il patrimonio inestimabile che tutti conosciamo, è anche una città viva, percorsa da migliaia di persone al giorno. Le sue disavventure urbane sono simili a quelle delle metropoli contemporanee (immondizia, deteriorarsi dei marciapiedi, deflusso delle acque piovane e delle fontanelle, cani randagi). Oltre a un'identità di bene culturale, 'sconta' quindi la necessità di una gestione da ente locale, quasi fosse un comune con problemi di manutenzione quotidiani... Il soprintendente Guzzo l'aveva compreso e con l'attivazione di questo piano aveva concepito la città antica come un organismo eterogeneo. Prima, venivano realizzate perizie sulla spinta dell'emergenza e si procedeva al consolidamento dell'e aree più a rischio. A un certo punto si capì che non ci si doveva concentrare su una Domus in sé, elaborare una visione urbana». E cosa è accaduto con l'affacciarsi della Protezione civile e l'arrivo dei commissari? «L'istituto del commissariamento - spiega ancora Mandara - può aver tamponato qualche situazione a rischio, senza però produrre un reale scatto. Il tema, infatti, non è episodico ma strutturale e la gestione ordinaria è fondamentale, più di quella straordinaria. Quando iniziammo i rilievi nel 1999 si evidenziarono diverse tipologie di problematiche. Pompei è una città costruita su un declivio e l'acqua defluisce liberamente, seguendo le pendenze del terreno. Nelle aree non scavate l'assorbimento è ancora più profondo (vedi crollo della Casa dei gladiatori, ndr) e le situazioni orografiche variano nel corso del tempo. Oltre a queste particolari caratteristiche ambientali, già ardue, la città antica aveva subito anche il contraccolpo del terremoto campano. L'esercito aveva puntellato le mura delle case, ma anni dopo quei puntelli in legno si erano sfaldati e reggevano se stessi. 'Tenevano' ormai il vuoto. Molti luoghi erano a forte rischio, soprattutto quelli meno visibili». La vera difficoltà di quel piano? Passare dall'ideazione all'intervento, causa lungaggini elefantiache della macchina ministeriale. Eppure i commissari, nonostante l'accesso facile ai fondi, hanno sempre preferito lavorare sullo spettacolo del bene e non sulla sua «salvezza» di ordinaria amministrazione.