Ormai nel piatto, della crisi di governo c'è entrato anche lui, il ministro Sandro Bondi, bersaglio incandescente di una richiesta di dimissioni da parte delle opposizioni e dei finiani. Il crollo della Domus dei gladiatori e gli occhi (disincantati) del mondo puntati su un patrimonio dell'umanità quale è la città antica di Pompei, potrebbero essere la metafora del cumulo di macerie politiche dell'era berlusconiana, ormai difficili da gestire. All'inizio, ci prova Bondi a rimandare indietro l'assedio, scaricando le responsabilità addosso ai soprintendenti e ai suoi predecessori. Ma nel giro di ventiquattr'ore diventa l'acceleratore di una macchina lanciata a folle corsa verso il dirupo. Giunto sul luogo della catastrofe, Bondi cerca di chiamarsi fuori e, a caldo, si permette di rispondere picche al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando, indignato, chiede «spiegazioni sull'accaduto». Poi, però, è costretto alla capitolazione: riferirà in parlamento domani e sulla sua testa pencola la mozione di sfiducia annunciata dal Pd. Prove tecniche di fine impero. A testimoniare che il ministro poeta con grandi aspirazioni per un futuro che forse non ci sarà (è il coordinatore del Pdl) sia in una situazione imbarazzante è il secco comunicato che arriva nel pomeriggio nelle redazioni dei giornali: la conferenza stampa dal titolo roboante «Ricerca scientifica e innovazione tecnologica a supporto dei processi di conoscenza, conservazione, valorizzazione e sicurezza dei beni culturali» viene rinviata in data da stabilire. Non suona proprio bene quando è venuta giù una parte consistente del patrimonio storico-artistico. Non nel «day after». Meglio sarebbe stato, invece, convocarne una - e in tutta fretta - con i commissari della Protezione civile. Non erano stati spediti a Roma, Napoli e L'Aquila per risolvere le emergenze e bloccare il degrado in tempi brevi? Ma i supereroi, evidentemente, non esistono e dei tanti proclami sull'urgenza di un controllo militarizzato dei nostri tesori culturali e ambientali non restano che mura polverizzate, siti sbarrati, aree a rischio, esattamente come prima, anzi più di prima. Perché in questi mesi di «straordinarietà» imposta si è perduto per strada un principio prezioso e fondativo della Costituzione italiana: quella «tutela» che nessuno fra i rappresentanti del governo ha più coniugato alla «valorizzazione». La cura non fa marketing, però mantiene in vita. Lo deve aver capito anche un super-manager come Mario Resca che, dopo aver confezionato slogan per mesi come «i visitatori dei musei sono come clienti», o annunciato fantomatici «piani industriali» per investire nel settore, si è arreso all'evidenza. E, pur rimanendo saldamente in sella, con tanto di stipendio non proprio da operaio, guardando a Pompei ha richiamato in campo un termine desueto come «manutenzione». Bondi stesso - che certo non è l'unico responsabile di ciò che è successo e al quale va riconosciuto un sussulto di orgoglio quando ha sbattuto la porta in faccia a Tremonti, in Consiglio dei ministri, per protestare contro i tagli indiscriminati alla cultura - ha clamorosamente mancato la sua occasione d'oro: spendere qualche parola sul fallimento della politica commissariale, sia nel campo dei beni culturali (basti guardare alla tristissima sorte della Domus Aurea o al Colosseo stesso, utilizzato come quinta teatrale in technicolor mentre franano sull'asfalto suoi pezzi distaccatisi dalle volte, in attesa di una cordata di sponsor «buoni» per il suo restauro) che nella amministrazione di un territorio ferito come l'Abruzzo post sisma. Forse, ne ha perse due, di occasioni: dimettersi da solo, dando l'esempio anche al suo premier. Per riscattarsi dalla pessima figura potrebbe appoggiare, sfidando Tremonti, la serrata dei musei prevista per il prossimo 12 novembre, forma di protesta unica della cultura, mai praticata prima d'ora.