Roma. «Se avessi la certezza di avere responsabilità in quanto accaduto mi dimetterei», è la sorprendente affermazione di Bondi in visita a Pompei. Ma chi è se non il ministro per i Beni e le attività culturali il responsabile di quanto accade al nostro patrimonio storico e artistico, della sua tutela e valorizzazione? Come fa Bondi a rivendicare «il grande lavoro fatto» dal commissario straordinario Marcello Fiori quando c'è il rischio imminente di nuovi crolli, lì a pochi metri dalla Schola Armaturarum che si è sbriciolata sotto gli occhi del mondo intero? Eppure dei segnali preoccupanti si erano manifestati ripetutamente: lo smottamento della Casa dei Casti amanti a gennaio, il cedimento di una trave nella Casa di Giulio Polibio a settembre; domus oggetto delle attenzioni del commissario Fiori, trasformate in attrazioni per i turisti ma mai messe definitivamente in sicurezza nonostante i proclami degli uffici stampa. Del resto è stato proprio Bondi, nell'estate del 2008, a decidere il commissariamento della sovrintendenza di Pompei, in virtù di uno stato di emergenza giudicato inesistente e pretestuoso dalla Corte dei conti e poi inaspettatamente cancellato, a giugno, dal Consiglio dei ministri. Un commissariamento dal bilancio fallimentare: perché alle buone intenzioni non sono seguiti i fatti ma i crolli, perché le discutibili e costose iniziative di comunicazione e marketing hanno preso il sopravvento sulla manutenzione ordinaria e sui restauri. Un commissariamento che, per volere di Bondi, ha praticamente sostituito i tecnici della sovrintendenza. È questa la più grave responsabilità del ministro: l'aver nominato in sostituzione del professor Guzzo, per oltre 10 anni a capo della sovrintendenza con ottimi risultati e in pensione dallo scorso autunno, funzionari a loro volta a ridosso del pensionamento o a tempo parziale - come Jeannette Papadopoulos, in carica da ottobre al prossimo 31 dicembre. Con la conseguenza che la sovrintendenza che ha cura del sito archeologico più importante del mondo, per volere del ministro, è da un anno privo di una guida affidabile, in grado di impostare il lavoro certosino e quotidiano di cui ha bisogno Pompei. Ma c'è di peggio. Perché ancora ieri Bondi, spalleggiato dal direttore generale per la valorizzazione Mario Resca, ripeteva ossessivamente il suo mantra: per salvare Pompei servono i manager, i privati, una fondazione di partecipazione. No, per salvare Pompei serve innanzitutto un sovrintendente a tempo pieno e dotato di poteri rafforzati (ma già la sovrintendenza gode di autonomia scientifica e contabile), in grado di assumere il personale necessario alle attività di manutenzione ordinaria su cui far convergere i fondi a disposizione. Non servono piani straordinari per i monumenti più in vista ma è invece indispensabile un approccio sistemico, come quello già messo in atto dal professor Guzzo. Non servono improbabili fondazioni infarcite di amici e protetti, la sovrintendenza è già gestita attraverso un consiglio d'amministrazione nel quale possono essere nominati rappresentanti della Regione Campania e dei comuni vesuviani. Per salvare Pompei, soprattutto, servirebbe un ministro che si sente responsabile delle sue scelte, che ha la dignità di passare la mano quando le sue scelte si rivelano sbagliate.
Pompei. Serviva un sovrintendente a tempo pieno
Il ministro per i Beni e le attività culturali, Bondi, ha affermato di avere responsabilità per i crolli a Pompei, ma il suo ruolo è quello di decidere la tutela e valorizzazione del patrimonio storico e artistico. Il commissariamento della sovrintendenza di Pompei, deciso da Bondi, ha portato a una mancanza di una guida affidabile e a una gestione inefficiente. Il commissario straordinario Marcello Fiori aveva già segnalato segnali preoccupanti, ma i crolli sono stati comunque avvenuti. Il ministro ha deciso di nominare funzionari a ridosso del pensionamento o a tempo parziale, che non hanno la capacità di gestire il sito archeologico.
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