L'Italia è un Paese a rischio crolli. Atrani e Pompei, tanto per citare gli ultimi casi, pur nelle loro evidenti differenze, non sono eventi isolati. Si piange nell'immediatezza dell'evento, poi magari dopo un po' di tempo - due settimane, un mese appena - le lungaggini burocratiche prendono il sopravvento: dei fondi promessi se ne vedono pochi, tutto torna più o meno com'era prima. Chi scrive ha da vent'anni un rapporto molto stretto con le calamità naturali. Mi occupo di calamità naturali in agricoltura. In sintesi, stimo i danni prodotti da temporali, piogge, alluvioni e altri disastri. Nonostante la stranezza del mio lavoro non sono un tipo lugubre e nemmeno lo sono i miei colleghi, anzi, siamo accolti bene, perché arriviamo dopo le suddette calamità per sanare (distribuendo soldi) i danni. Bene, chiarito quest'aspetto scaramantico, passiamo al punto seguente: la legge che regola il settore è davvero ben fatta. Noi funzionari siamo orgogliosi di applicarla. La legge stabilisce che, per esempio, una strada danneggiata può essere riparata con soldi pubblici se e solo se, prima dell'evento avverso, la strada era in buone condizioni. Cioè, usando un gergo tecnico, fosse ben manutenuta. Giusto: se la strada è ben costruita, se ci sono canalette per lo scolo delle acque, e se queste sono pulite, se, insomma, queste condizioni sono soddisfatte, allora, una pioggia di modesta o forte intensità, non può danneggiare la strada. Solo se la pioggia è stata davvero eccezionale, fuori norma, fuori squadro, solo allora, davanti alla sfortuna climatica, quando le canalette di bonifica non tengono l'eccezionale flusso d'acqua, arriviamo noi funzionari, noi civil servant, per stimare i danni e distribuire denaro pubblico. Per il mio lavoro viaggio spesso, su e giù, al Nord e al Sud e una cosa è certa: in Italia nessuno fa manutenzione. Non è stata fatta ad Atrani, nel Messinese, in Calabria. Checché ne dicono i leghisti, i neoborbonici, quelli del Pdl o del Pd, la storia è sempre la stessa, ed è un tratto che ci accomuna: tutti chiediamo soldi allo Stato italiano (ci sentiamo in debito) ma non siamo propensi a ritenerci Stato quando ci tocca praticare ordinari lavori di manutenzione (che eviterebbero di produrre il debito). I tecnici regionali che incontro nei miei viaggi si lamentano: non abbiamo soldi per praticare la manutenzione del territorio. Certo, dovevamo pulire queste canalette, certo dovevamo fermare queste crepe, certo potevamo costruire un muretto di contenimento, ma a noi i soldi chi celi dà? Ci dobbiamo arrangiare. Come ci arrangiamo allora?- Breve inciso: quando stavo all'università mi toccò frequentare il corso di fisiologia vegetale. Eravamo pochi. La professoressa disse: «Tipico atteggiamento italiano. Tutti si iscrivono al corso di patologia, in pochi a quello di fisiologia. Tutti vogliono vedere e curare i danni, nessuno che si preoccupa di come funzionano le cose. Male: è proprio questa ignoranza a generare il danno». Insomma, preferiamo commentare il danno già fatto; preferiamo il «te l'avevo detto io...» all'impegno nella banale manutenzione ordinaria. Ci indigniamo tutti - chi più chi meno - davanti a un orribile danno. E chi non si è commosso, ad esempio, davanti alla vicenda della povera Francesca, travolta dall'onda di fango nel bar di Atrani? Prendiamo posizione, alziamo la voce, esageriamo con gli aggettivi. Così spesso mi tocca sentire descrizioni di eventi calamitosi conditi con aggettivi superlativi. È un modo che i tecnici hanno di arrangiarsi: dichiarare che la pioggia è stata «eccezionalissima». Un superlativo forzato ma che è diventato ordinario. E vero, la manutenzione non è stata praticata: «Ma dottore carissimo, quel giorno cadeva tanta di quella pioggia che mai a memoria d'uomo se ne ricorda una così». Mai a memoria d'uomo. E' la frase tipica che ascolto da 22 anni. Ogni volta che cade una pioggia c'è qualcuno che dichiara: mai a memoria d'uomo! Che so, vado in Campania per stimare i danni e mi dicono: ad aprile 2008, dottore carissimo, qui è caduta tanta di quell'acqua che mai a memoria d'uomo... Poi ci torno nel 2009, stesso posto, stesso tecnico che mi dice: «Dottore carissimo, è un evento eccezionalissimo, è caduta tanta di quell'acqua che mai a memoria d'uomo». Ora, davvero, i tecnici regionali devono arrangiarsi, cercare cioè di recuperare in tutti i modi i soldi per sanare le ferite del territorio, quelle causate dall'usura fisiologica o quelle derivanti dalla cattiva gestione e dalla mancate manutenzioni. Sono i soli che possono farlo, i politici non ci pensano proprio. Ed è il problema più serio che dobbiamo affrontare. Un politico non ricava niente impegnandosi a finanziare dei lavori ordinari: riparare piccole crepe o pulire una canaletta di bonifica. La sua immagine - e i voti a questa legata - non migliora se si occupa di manutenzione. Troppo banale. Troppo poco creativo. A giudicare dalla pessima condizione del nostro territorio ci vorrebbe una sorta di piano Marshall per la manutenzione, così articolato e serio, così poco italiano, che mai a memoria d'uomo se ne ricorda uno simile.
La manutenzione questa sconosciuta
L'autore, un funzionario che si occupa di calamità naturali in agricoltura, lamenta il fatto che in Italia non si prende mai seriamente la manutenzione del territorio. Secondo lui, la legge che regola il settore è ben fatta, ma non è mai applicata. I tecnici regionali che incontra durante i suoi viaggi si lamentano di non avere soldi per praticare la manutenzione del territorio. L'autore sostiene che la mancanza di manutenzione è la causa principale dei danni causati dalle calamità naturali, e che i politici non si occupano di finanziare i lavori ordinari. L'autore propone di creare un piano Marshall per la manutenzione, che sia articolato e serio, ma che sia anche poco italiano.
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