Mentre è bufera sul ministro dei Beni culturali Bondi, spunta un dossier choc su Pompei: una indagine commissionata nel 2005 dall'allora soprintendente Guzzo emerge che il 70 per cento degli edifici necessitava di interventi di restauro e messa in sicurezza: il 40 con la massima urgenza perché in stato pessimo o addirittura con un cedimento. Nel sito archeologico più grande nel mondo solo tre case su dieci erano in uno stato che si poteva definire tra buono e discreto. Ben il 70 per cento degli antichi edifici riportati alla luce, invece, necessitava di interventi di restauro e messa in sicurezza: il 40 con la massima urgenza perché in stato pessimo o addirittura con un cedimento in atto, il rimanente 30, in stato appena mediocre, in un secondo momento. A queste conclusioni sono arrivati nel 2005 gli architetti Giovanni Longobardi e Andrea Mandara che a capo di alcune squadre di ricercatori, architetti e archeologi hanno eseguito l'indagine - la prima dopo quella condotta dopo il terremoto dell'80 - per verificare le condizioni dei siti di tutta la città, commissionata dall'allora soprintendente Pietro Giovanni Guzzo con i fondi stanziati dal World Monumental Fund, l'istituzione americana che riunisce alcuni investitori tra cui l'American Express. «Non c'è stato un solo muro di Pompei che non sia stato indagato - ricorda Giovanni Longobardi - siamo entrati tagliando con le cesoie i catenacci in case di cui ormai si erano perse le chiavi da tempo. Lo stato di conservazione poteva dirsi complessivamente preoccupante». «I rilievi - continua Andrea Mandara - cominciarono nel 1999 e sono continuati fino al 2005. Gli americani avrebbero preferito finanziare un restauro, ma la Soprintendenza aveva invece individuato la necessità di analizzare tutto lo scavato e volle un'analisi a tappeto che portasse alla definizione di una vera e propria mappa del rischio perché si potesse intervenire con urgenza nelle cosiddette "zone rosse", quelle più esposte al pericolo». Che cosa può svelare quella indagine sul crollo avvenuto all'alba di sabato in via dell'Abbondanza? «Difficile fare una correlazione immediata causa-effetti. Ma è certo che in quel tratto di strada - racconta l'architetto Longobardi - la gestione dell'acqua piovana è la vera emergenza. E' un problema generale che riguarda tutta l'area archeologica che costeggia la parte non ancora scavata dove il terreno, fatto in gran parte di cenere e lapilli, subisce salti di livello e con l'acqua è soggetto a smottamenti. Il risultato è che muri fatti per reggere un solaio, quindi un carico verticale, si ritrovano invece a subire la spinta orizzontale del terrapieno che, evidentemente, non possono reggere. Accanto alla Schola crollata, poi, sono state restaurate la Casa dei Casti amanti e quella di Giulio Polibio, bisognerebbe verificare che durante il lavori non sia accaduto nulla che abbia potuto modificare un equilibrio già precario. Quello che è certo - conclude Longobardi - è che se tutti i lavori, per i quali noi avevamo preventivato una spesa di 250 milioni di euro, fossero stati fatti, forse quel crollo e gli altri che si teme possano ancora venire, si sarebbero potuti evitare». Il «Piano per Pompei» - questo il nome del lavoro che prevedeva anche uno studio di sostenibilità dell'impatto turistico - informatizzato grazie alla tecnologia Gis perché diventasse uno strumento per la gestione delle informazioni e delle attività mirate alla conservazione del sito, è custodito nel centro di elaborazione dati dia Boscoreale ma è accessibile, attraverso la rete intranet, da un qualsiasi computer della soprintendenza. «Il lavoro andava proseguito con un aggiornamento continuo dei dati, ma nessuno dei soprintendenti ad interim nominati ultimamente alla guida degli Scavi ha potuto occuparsene. Il commissario? Si, Fiori è venuto qui una volta a consultare i dati» dice Anna Maria Sodo, l'archeologa responsabile del Ced. Le rilevazioni e i dati contenuti nel Piano potrebbero essere presto acquisite dalla Procura di Torre Annunziata che ha aperto ieri ufficialmente un fascicolo per le indagini sul crollo. Anche l'università campana, intanto, sta lavorando alla messa a punto di un sistema che permetterà, nell'arco di dieci mesi di mappare l'intera area archeologica con un sistema multidimensionale che utilizza sensori aviotrasportati. In capo a due mesi, assicura il presidente del centro regionale di competenza Benecon (beni culturali, ecologia, economia) ogni casa «a rischio» di Pompei potrebbe così avere il suo «documento genetico». Questa tecnologia, del valore di 3 milioni di euro potrebbe essere messa da subito al servizio della Soprintendenza. «Siamo l'unico centro in Europa ad avere ben quattro sensori di questo tipo (come il lidar) tutti di ultima generazione» assicura Carmine Gambardella, preside della facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli della Sun.
Pompei, dossier choc: il 70 delle case a rischio
Il 70% degli edifici di Pompei necessitava di interventi di restauro e messa in sicurezza. Il 40% era in uno stato di cedimento. Solo il 3% degli edifici era in uno stato buono o discreto. Gli architetti Giovanni Longobardi e Andrea Mandara hanno condotto un'indagine nel 2005 per verificare le condizioni dei siti di tutta la città. La Soprintendenza aveva individuato la necessità di analizzare tutto lo scavato e volle un'analisi a tappeto per definire una mappa del rischio. La gestione dell'acqua piovana è un problema generale che riguarda tutta l'area archeologica. Il crollo avvenuto all'alba di sabato in via dell'Abbondanza potrebbe essere collegato a questo problema.
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