Pompei, turisti increduli. L'associazione nazionale archeologi: «Milioni di euro spesi per ologrammi mentre il sito cade a pezzi» Servono risorse adeguate per provvedere alla manutenzione Sandro Bondi Da pagina 1 POMPEI Ha resistito ai lapilli e ai terremoti per quasi duemila anni. Ma ieri, all'alba, la Schola armaturarum è rovinata forse sotto la spinta del terrapieno alle sue spalle. O, più chiaramente, come sostiene l'ex sovrintendente Giuseppe Proietti, a causa delle infiltrazioni d'acqua piovana dei giorni scorsi, che avrebbero indebolito le fondamenta, e della pesantezza del tetto in cemento. Anche per il presidente dell'ordine dei Geologi della Campania, Francesco Russo, il disastro potrebbe essere stato causato «da un cedimento delle fondazioni o delle pareti». Qui sorgeva la «Schola» Sulla strada principale di Pompei, la via dell'Abbondanza, costruitanegli ultimi anni di vita della città antica, era un luogo di riunione di un'associazione a stampo militare e fungeva pure da deposito i armi. Nel crollo distrutta una decorazione pittorica di grande interesse di stampo militare. All'esterno c'erano pitture di trofei e altre iscrizioni che ora sono andate distrutte Una cosa è certa: i veri responsabili del collasso della domus sono stati il degrado e l'incuria che regnano sovrani nell'area archeologica di Pompei. Sta di fatto che l'edificio di epoca imperiale, destinato alla juventus pompeiana, che si affacciava sul tratto finale di via dell'Abbondanza, il corso principale della città romana, non c'è più. La casa distrutta non era aperta al pubblico. Ma se il disastro si fosse verificato durante l'orario di visita, le pietre avrebbero potuto investire i passanti o seppellire un ignaro turista seduto sul marciapiede antistante per riposarsi dalle fatiche del tour. Al posto di questa sorta di club dove si custodivano le armi dei gladiatori, c'è ora solo un ammasso di macerie che evoca le immagini di un sisma, di un bombardamento, dell'abbattimento con le ruspe di un manufatto abusivo o di un villino palestinese nella Striscia di Gaza. Quando arrivano sul posto i primi cronisti e i fotografi, intorno a mezzogiorno, le strade di accesso al luogo del crollo sono già sbarrate dal nastro bianco e rosso. Vietato avvicinarsi. «Ordini superiori», spiegano i custodi. Strano che a circa sei ore dal crollo nessun dirigente si sia ancora fatto vedere. Ah già, è sabato. Un amenissimo sabato di novembre, che ha incoraggiato alla visita alcuni drappelli di turisti. Poca roba rispetto alla vera e propria fiumana che, durante l'alta stagione, invade i decumani e i cardi degli Scavi. Pare che, al momento, la principale, se non l'unica, preoccupazione sia tenere lontani i giornalisti. Anche l'archeologa Grete Stefani, giunta finalmente sul posto non fa altro che ribadire gli ordini: niente giornalisti e soprattutto niente fotocamere. Insistono i carabinieri che, da un lato, ammettono ufficiosamente che il crollo non sarebbe dovuto a una causa dolosa, dall'altro, s'impegnano perché si rispetti la consegna dell'isolamento della zona. «Ragioni di sicurezza». Certo, bisogna garantire l'incolumità dei visitatori. Ma questa sarebbe ampiamente assicurata dagli sbarramenti metallici che, nel frattempo, vengono installati da alcuni operai con l'elmetto giallo. Non si capisce, però, a cosa servano i teloni che chiudono completamente la vista dell'edificio crollato. La domus viene messa «in quarantena». Sbarrate tutte le strade di accesso: via dell'Abbondanza, via di Nocera, i vicoletti. I pensieri maliziosi si rincorrono. Forse c'è qualcosa da nascondere? O, forse, più semplicemente, si vuol nascondere la cenere, sembra proprio il caso di dirlo, sotto il tappeto come, a sentire i custodi, accade puntualmente quando si verificano incidenti minori, facilmente dissimulabili? Toccherà alla procura di Torre Annunziata, che ha aperto un'inchiesta, fare luce sulla vicenda. Intanto oggi, alle 13, il ministro Bondi presiederà un vertice con la dirigenza del sito archeologico. Spiega il direttore degli Scavi Antonio Varone, arrivato a Pompei non prima delle 15,30: «Siamo stati costretti a circoscrivere l'area per preservare fino all'ultimo frammento della Schola armaturarum ». I rari turisti non capiscono. Pensano che le reti metalliche di sbarramento delimitino un cantiere di scavo. Magari. La Schola fu portata alla luce all'inizio del Novecento. E nel 1947 fu oggetto di un importante restauro per iniziativa del sovrintendente dell'epoca, Amedeo Maiuri. Recentemente sarebbe stato rifatto l'asfalto sul tetto. Un intervento necessario, ma evidentemente insufficiente a garantirne la conservazione. Come, senza giri di parole, afferma il presidente dell'associazione nazionale archeologi Tsao Cevoli. «Fa rabbia accusa vedere un crollo del genere provocato dall'incuria quando, sempre a Pompei, a pochi passi di distanza sulla stessa via dell'Abbondanza, si sono spesi milioni di euro per installare ologrammi virtuali e pannelli fotografici nelle domus di Giulio Polibio e dei Casti amanti. Stavolta il crollo è di proporzioni clamorose. È una ferita insanabile al sito archeologico più importante del mondo». Al coro di indignazione si aggiungono, col passare delle ore, tantissime voci. «Un crollo annunciato», sentenzia il sindaco di Pompei Claudio D'Alessio: «C'è una responsabilità di omissione. Qui si parla di mura di 2mila anni fa, di strutture che dovrebbero essere messe sotto una campana di vetro. E invece non viene fatto nulla. Ora la comunità internazionale ci guarderà di nuovo in maniera negativa». O, forse, con lo sgomento di una giovane visitatrice inglese che si avvicina agli sbarramenti non ancora rivestiti dal telone. E, a differenza di altri turisti che tirano dritti, chiede spiegazioni. Le viene riferito che la casa è crollata alle 6 del mattino. Porta istintivamente una mano sul viso, quasi non volesse credere allo scempio che ha di fronte. «My God!». Sì, mio Dio.