Alain Elkann, presidente della neonata Fondazione, spiega come cambierà il museo torinese. «Un evento storico per il sistema dei musei italiani». Così il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani ha definito la nascita (ufficializzata mercoledì) della Fondazione Museo delle antichità egizie di Torino: primo esempio in Italia di un modo diverso e nuovo di intendere i musei, basato su uno stretto legame tra istituzioni locali e private, tra realtà statali e locali. E lo stesso Urbani ha già indicato le prossime tappe dì questa mutazione: la (certa) nascita della Fondazione Museo delle navi antiche di Pisa e quelle (ipotizzabili) di fondazioni per Brera e per gli Uffizi. Anche se, comunque, il ministro ha tenuto a precisare «che non si tratta di un modello buono soltanto per grandi musei e grandi città, ma che potrebbe risultare valido anche per realtà minori (non certo artisti camente)». Come, ad esempio, l'Umbria. «Il nostro scopo sarà quella di coniugare il rigore scientifico e la divulgazione spiega il presidente della fondazione Alain Elkann . Per questo il Museo egizio manterrà il suo antico ruolo di struttura scientifica destinata agli studiosi ma cercherà allo stesso tempo di coinvolgere maggiormente il pubblico e soprattutto i giovani». D'altra parte, non sembrerebbe essere questa una mission impossible visto che la collezione dell'Egizio, iniziata nel 1860, viene definita «la seconda collezione di arte egizia al mondo», dopo quella del Cairo. Di cui fanno parte (tra l'altro) pezzi «celebri» come la statua della principessa Redi, il Canone regio e il tempio rupestre di Ellesija. Tecnicamente il ministero per i Beni culturali manterrà la tutela della Fondazione dell'Egizio di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt (ogni socio contribuirà inizialmente con 750 mila euro). Spiega ancora Elkann: «II prossimo appuntamento ufficiale sarà il 25 ottobre e in quell'occasione verrà probabilmente bandito il concorso per il prossimo direttore, Poi bisognerà pensare ai nuovi allestimenti che dovranno innanzitutto contribuire a svecchiare l'atmosfera dell'Egizio». Un cambiamento necessario visto che l'Egizio, secondo l'ultima «Guida ai musei» pubblicata dal Touring Club, si colloca al decimo posto tra i musei italiani «di maggior interesse» con quasi 300 mila visitatori all'anno con un calo del 22 rispetto ai precedenti rilevamenti. Con la nascita della Fondazione si sono in qualche modo chiariti anche i destini dell'intera struttura (edifici compresi): il Museo egizio resterà nella storica sede dell'ex Collegio dei Nobili di via dell'Accademia delle scienze 6 mentre la Galleria Sabauda si trasferirà nella Manica lunga di Palazzo Reale appena liberata. Questo cambiamento di sede renderà oltretutto obbligatorio il recupero di spazi finora sottoutilizzati come le cantine di questa «perla rara» come l'ha chiamata Elkann. Che però deve trovare una nuova dimensione non solo locale ma anche internazionale puntando (ad esempio) su scambi e collaborazioni con altri musei egizi. A sancire ufficialmente la nascita della Fondazione arriva poi la donazione da parte della Compagnia di San Paolo (prezzo ipotizzato d'acquisto, qualche milione di euro) del cosiddetto «papiro di Artemidoro» risalente al primo secolo avanti Cristo, " definito la prima carta geografica dell'umanità e che raffigura la Spagna e (negli spazi liberi) disegni di animali, schizzi anatomici e un presunto ritratto di Zeus, fl fondo faceva parte di un fondo di un collezionista depositato prima all'Istituto di papirologia dell'Università di Treviri (dove è stato studiato da Claudio Gallazzi e Barbe! Kramer) e poi all'Università statale di Milano. La sua prima esposizione al pubblico, all'Egizio di Torino, dovrebbe avvenire nella primavera del 2005. Ma sarà un'apparizione diversa dalle solite: «Vorremmo riuscire a trasformare questo papiro in un oggetto di culto come è accaduto con i Bronzi di Rìace o con il satiro danzante di Mazaraprosegue Elkann . Per questo stiamo pensando a un allestimento intrigante che non sia fatto solo di teche ma che coinvolga veramente gli spettatori, e par-ticolarmente i giovani». D'altra parte, conclude «l'egittologia non è più soltanto una disciplina per studiosi ma è diventata di gran moda». Niente di nuovo, verrebbe da dire: era già successo negli anni d'oro di quelL'egittomania scatenata dalle campagne di Napoleone. Non a caso, una delle «anime più nobili e più cospicue» della collezione dell'Egizio è quella di Bernardino Drovetti «nata» proprio al seguito del Grande corso e sull'onda di una celebre Descrìption de l'Egypte.