TORINO Davanti a Ramses II e alla principessa Redi andava in estatico pellegrinaggio da bambino, come tutti i bambini torinesi, anche se era nato a New York e aveva l'anima francese. Poi ci ha portato i suoi figli poliglotti, John, Lapo e Ginevra, che come tutti i bambini del mondo facevano domande difficili costringendolo a dare risposte lievi sul mistero delle mummie, ma soprattutto gli spiccioli per il gelato di Pepino. A 54 anni Alain Elkann varca di nuovo l'austero portone di via Accademia delle Scienze come presidente della neonata "Fondazione Museo delle antichità egizie", destinata a fare da laboratorio a un nuovo sistema di gestione dei gioielli d'arte italiani. E promette di studiare. Perché l'Egizio non è un museo come gli altri, perché certe occasioni nella carriera di un uomo non capitano due volte, neanche nelle carriere più entusiasmanti. Scrittore, giornalista, consigliere del ministro Urbani, già dietro le imprese dannunziane del sottosegretario Sgarbi. Ma anche ex genero dell'Avvocato e padre del vicepresidente della Fiat, ruoli che a Torino continuano a voler dire qualcosa. Un curriculum in crescendo fino alla chiamata più importante di tutte, quella che ha decretato l'eclissi di candidati eccellenti come il presidente di Mediobanca Gabriele Galateri di Genola, che dall'altro ieri segna l'anno zero del rilancio della più importante collezione artistica torinese. Emozionato, per forza. «E consapevole dice Elkann della grande responsabilità che mi è stata affidata. Ma ho dalla mia un museo di altissima qualità, e un consiglio di amministrazione bello e competente». I maligni fanno osservare quanti uomini della galassia Agnelli occupino quelle poltrone, Alain Elkann lascia cadere, guarda avanti e traccia la sua mappa: «Torino, mondo. La prima cosa da fare è convincere i torinesi a "sentire" questo museo come una cosa loro, un patrimonio culturale di cui essere fieri. Ma questa perla rara deve avere respiro internazionale, che si ottiene solo attraverso continui rapporti di scambio e collaborazione con gli istituti esteri». E poi pubblicità, un po' di glamour. Si vendono orrende minestre in scatola, non deve essere difficile svegliare l'appetito delle masse con un prodotto che il presidente della Fondazione sintetizzerebbe in questo spot: «Dal geroglifico alle piramidi, dal papiro alle sfingi, schegge quotidiane di una grande civiltà, il paradosso dell'unico fiume che sale anziché scendere. Affascinante. Misterioso. Tutto molto ben conservato, e di questo sono grato a chi ci ha preceduti. Si tratta di togliere la patina di polvere, di ammodernare, di rendere le sale più attraenti, soprattutto per i giovani». Presto sarà nominato un comitato scientifico, bisognerà trovare un direttore (che qualcuno ha già individuato in Rolando Picchioni, segretario generale della Fiera del Libro). Si tratta di crescere attraverso ricerca e grandi eventi, sfruttando l'irripetibile passerella delle Olimpiadi 2006. E di dare il buon esempio, se è vero che la stessa forma di gestione (enti locali più fondazioni bancarie) potrebbe essere presto applicata al Museo delle Navi antiche di Pisa, all'Accademia di Venezia, alla Grande Brera.