Dopo l'esperimento Fio-Bei degli anni '80 finanziamenti inadeguati alle emergenze Ieri mattina a Pompei, in una via dell'Abbondanza transennata nei due sensi, prima e dopo la casa indicata coni numeri III, III, 6, che vogliono significare Regio (quartiere), insula (isolato) e numero di abitazione, c'era la sensazione, e non solo quella, che fosse stato commesso un «omicidio», visto che mani pietose, poco prima che arrivasse il ministro Bondi assieme al gotha dell'archeologia italiana, avevano coperto con drappi bianchi i resti sfarinati della Schola Armaturarum, ovvero di quello era stato un pezzo di storia della città di Venere. Ma anche un pezzo di storia e di cultura dell'umanità, perché Pompei è appunto patrimonio dell'umanità tutta. «Sono veramente allarmato» osserva Mario Resca, direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale: «Pompei, come molti altri centri della cultura in Italia soffre da decenni di una insufficienza di risorse. In Italia abbiamo concentrato il più grande patrimonio culturale e quindi abbiamo una responsabilità oggettiva per quello che riguarda la tutela, la manutenzione e i restauri necessari. Il problema è che, da sempre, mancano risorse adeguate. Dedichiamo ai Beni culturali, mediamente, un quarto di quello che mettono a disposizione la Francia, la Germania, l'Inghilterra». Eppure, negli anni Ottanta, Pompei fu laboratorio per progetti pilota di restauro che, finanziati con fondi Fio (fondi investimenti occupazione) e Bei (banca europea investimenti) consentirono di spalmare una settantina di miliardi - lira più, lira meno - su due Regioni, la I e la II, con il recupero di ben 17 insulae e di monumenti e domus tra cui la Palestra Gande, una parte della cinta muraria, tutta la Via di Mercurio. «Il fatto è - evidenzia l'archeologo Antonio De Simone - che l'intervento effettuato era di tipo urbanistico e non riguardava la singola casa ma era concepito come restauro della città». Va detto, però, anche che importanti risorse pari a circa 70 milioni di euro, nel 2006, vennero sottratte alle casse della Soprintendenza, che tuttavia ne possedeva ben 120 di milioni, dal ministro Buttiglione che le spalmò su tutto l'arco dei Beni culturali italiani, perché, considerato che non venivano impegnati, c'era il rischio di perderli. Il tutto con grande disappunto dell'allora soprintendente Guzzo. Certamente, osservano gli esperti, a pesare sul degrado del sito è la considerazione che già risulta difficile salvaguardare un agglomerato urbano tanto vasto in situazioni normali, figurarsi in situazioni critiche. E tra le iniziative che consentirebbero allo Stato di sgravarsi di quello che spesso, e da più parti, viene considerato un pesante fardello capace solo di produrre passività va messa in atto una sorta di rivoluzione sulla gestione dei siti museali per i quali «c'è bisogno - suggerisce il direttore Resca - di considerare che in Italia vige un sistema che si occupa del patrimonio culturale basato su scienziati e uomini di cultura che va bene sotto l'aspetto della tutela e per valutare gli interventi da attuare; ma perla gestione del patrimoni servono spiccate competenze manageriali. Ma, soprattutto, va detto che il patrimonio culturale non è un costo ma una risorsa e che un euro investito in cultura ritorna moltiplicato per dieci». Della stessa idea di Resca, con il quale alcuni giorni fa ha sottoscritto un protocollo d'intesa perla manutenzione ordinaria e per garantire servizi di biglietteria, accoglienza, visite guidate e quant'altro utile a promuovere le visite alla Piscina Mirabilis a Bacoli, è Mario Pagliari, presidente della sezione Turismo dell'Unione Industriali di Napoli. Il suo, dopo quello della Fondazione Packard su Ercolano e quello della banca San Paolo di Torino su Pompei (progetto Attice) è il primo intervento su beni culturali fatto da privati e per di più campani. «La cosa importante - sottolinea - anche se ancora non sappiamo quando inizieremo questa collaborazione, è che riteniamo che il portare un bene culturale alla giusta fruizione sia vantaggioso per il turismo tutto. Crediamo che quello della Piscina possa essere un segnale per altri investitori e che i benefici ricadano a cascata su tutto il comparto».