Edifici in pericolo. Sono dozzine, pochi i soldi e spesi male per rete wireless e illuminazione notturna ma il sito ha bisogno di altro Wallace-Hadrill, docente a Cambridge e tra i massimi esperti dell'area, accusa: si aspetta la crisi per fare dei progetti Londra. Per oltre 20 anni ha lavorato a Ercolano e Pompei. Si è innamorato dell'Italia, specialmente della Campania, e la notizia del crollo della Domus dei Gladiatori lo ha particolarmente scosso. Il professor Andrew Wallace-Hadrill, docente di Studi Romani alla prestigiosa università di Cambridge, in Gran Bretagna, è uno dei massimi esperti del sito archeologico pompeiano. II Mattino lo raggiunge al telefono all'aeroporto di San Francisco, dove si sta imbarcando per ritornare in Gran Bretagna. Professore, ha ragione il presidente Napolitano quando dice che questo crollo è una vergogna per l'Italia? «Pompei è una vergogna per il vostro Paese ma è anche il gioiello più splendente. È così prezioso che è inconcepibile lasciarlo in rovina. Pensi che la Schola Armaturarum era stata colpita dai bombardamenti durante la guerra. Eppure era rimasta in piedi. Quello che non ha potuto una bomba ha fatto l'incuria». Qual è il problema principale? «La mancanza di manutenzione ordinaria. È come se una casalinga si rifiutasse di pulire la casa e comprasse solo mobili per abbellirla e deodoranti. Questo sta succedendo a Pompei». E la colpa di chi è? «Non bisogna incolpare la Soprintendenza: Ne ho conosciuti tanti di soprintendenti e tutti di una disponibilità estrema, pronti a sacrificarsi. Ma in realtà fanno quello che possono. Le risorse sono poche, il personale è scarso. Ai tempi del grande archeologo Amedeo Maiuri c'era una squadra di cento persone, sempre pronte a intervenire per ogni piccolo problema. In questo modo si evitavano quelli grandi. Oggi non c'è più nessuno. Oggi si aspetta la crisi per fare i progetti». Ma è solo questione di soldi e risorse? «I soldi sono un problema, è vero. Ma poi vengono spesi male. Per esempio negli impianti di illuminazione notturna, per esempio per costruire una rete wireless per i turisti. Tutte belle idee, per carità, ma Pompei ha bisogno d'altro». C'è il rischio di altri danneggiamenti? «Le dico solo questo: tra qualche decennio non ci sarà più una Pompei se le cose continuano così. Le case a rischio di crolli sono dozzine e dozzine. Solo nell'Insula 9, dove ho lavorato personalmente, ci sono almeno 3-4 edifici a rischio, tra cui la Casa del Frutteto, di una bellezza straordinaria. Da anni ci sono infiltrazioni d'acqua». Cosa fare per arrestare il degrado? «Quello che si è fatto a Ercolano, dove la mia squadra e io stiamo ancora lavorando, in un progetto finanziato da una fondazione americana. Bisognerebbe creare un database che indichi, casa per casa, tutti i rischi di possibili crolli o danneggiamenti. In questo modo si potrebbe tracciare una mappa degli edifici più in pericolo e intervenire a seconda delle priorità. A Ercolano abbiamo messo dei punti rossi sugli ambienti in emergenza. Ne abbiamo ottenuti centinaia. Scommetto che se chiede alla Soprintendenza di Pompei non ha idea di quante strutture abbiano bisogno di un restauro immediato». Sul quotidiano britannico Daily Telegraph è apparso un articolo dal titolo: «Pompei è il simbolo dell'incuria italiana». Lo pensa anche lei? «È troppo facile incolpare l'inefficienza italiana. Il sito è enorme e complesso. E le risorse sono quelle che sono». Andrà a Pompei per dare il suo parere sul crollo? «Sì, a fine mese. Andrò senz'altro a dare un'occhiata. Ma da quello che mi ha detto il direttore generale dell'archeologia al ministero, non c'è rimasto più niente. L'edificio è stato raso al suolo. Temo che un restauro sarà alquanto difficile».