Finazzer Flory: fare sciopero è una protesta vetero-sindacale Musei gratis per un giorno. Niente porte serrate, infatti, venerdì prossimo, 12 novembre, nella giornata di protesta nazionale organizzata da Federculture, Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) e Fai, contro i tagli alla cultura imposti dalla finanziaria del governo. Sotto la Madonnina i musei, biblioteche e luoghi di spettacolo gestiti dal Comune rimarranno aperti. E si entrerà gratis, senza pagare nemmeno un euro per il biglietto. La scelta dell'assessore alla Cultura, Massimiliano Finazzer Flory - che comunque rimane contrario ai tagli - mira ad attirare più visitatori possibili nelle sale della cultura, senza togliere la possibilità, soprattutto ai tanti turisti stranieri, di ammirare il patrimonio artistico. Assessore, perché Milano ha scelto un modo diverso per protestare contro i tagli alla cultura? «Sono assolutamente contrario alla riduzione dei fondi, ma non credo che tenere chiusi i musei sia il modo migliore di protestare. Anzi, la ritengo una logica "pseudo sindacale", in cui non mi riconosco. In città tutti i musei rimarranno aperti e saranno gratuiti». Quindi un modo per rilanciarli, attirando il maggior numero di visitatori possibile? «Esatto. Il mio obiettivo è proprio quello di richiamare tanto pubblico e diffondere il più possibile la cultura, perché solo così si suscita l'interesse degli investitori. Bisogna iniziare a considerare l'arte come un'impresa culturale, con al centro l'uomo e suoi sogni, ma capace di produrre ricchezza e occupazione». Servono soldi e in questo periodo è difficile trovarne soprattutto per l'arte. Quale ricetta per rilanciarla? «Ho pronto un decalogo per risollevare la cultura e facilitare il dialogo tra pubblico e privato. Verrà presentato venerdì prossimo (il 12 novembre, ndr), a Palazzo Reale, in un incontro che ho organizzato invitando tutte le realtà milanesi. Ci saranno oltre 50 imprese culturali tra gallerie d'arte moderna e contemporanea, teatri e fondazioni». E quali sono i principali punti del decalogo? «Per prima cosa serve una riforma radicale del fisco. Sponsor, aziende o privati che decidono di investire in cultura, devono godere di un trattamento fiscale più leggero e poter scaricare interamente i costi. E poi c'è troppa burocrazia, sarebbe davvero il caso di alleggerire le pratiche per avviare qualsiasi impresa che operi nell'ambito dei Beni culturali». Ma anche una pubblicità efficace può essere importante per diffondere la cultura nel paese? «Certo, si deve puntare sulla pubblicità progresso, aumentando la comunicazione in generale. Il mio assessorato, che spende all'anno 40 milioni di euro, non riesce a destinare neanche un solo euro alla comunicazione e quindi alla promozione dei vari musei, biblioteche e luoghi d'arte. E' incredibile e in questo lo Stato dovrebbe darci una mano, invece che tagliare i fondi». Di chi è la colpa se oggi, anche a Milano, l'arte piange miseria? «Di certo non del ministro Tremonti o Bondi. Ma delle scelte sbagliate fatte nel passato. Negli ultimi vent'anni c'è stata una gestione culturale statalista e clientelare, tutto fuorché meritocratica. E ora di soldi non ce ne sono più».