Non ci sono fondi per sistemare l'interno del deposito nell'istituto Cavanis Quel che rimane di sei neonati d'epoca romana è avvolto nel cellophane LUCCA. Sono sistemati su un pancale, in due casse di legno, cinque casse gialle di plastica e un secchio verdolino, nel deposito archeologico al secondo piano dell'istituto Cavanis di Porcari. Ancora ricoperti di terra e accuratamente avvolti nel cellophane. Da circa cinque anni a questa parte. Sono i resti dei quattro neonati di epoca romana, rinvenuti durante gli scavi del Frizzone, accanto a una struttura lignea, all'epoca del ritrovamento considerata un tempio dedicato a Dioniso. I resti sono considerati un patrimonio inestimabile a livello scientifico: studiarli, equivarrebbe a risalire a tante informazioni sul periodo a cui appartengono. Ma finora non sono stati restaurati. «Mi auguro che potremo recuperarli - dice il dottor Giulio Ciampoltrini, funzionario della Soprintendenza responsabile per la Lucchesia - usando uno dei prossimi lotti del contributo (90mila euro in quattro rate da 22.500) della Fondazione Banca del Monte». Nel deposito, che per la prima volta apre i battenti a un reportage giornalistico, i reperti conservati sono tantissimi, frutto di vari scavi eseguiti nella piana lucchese negli ultimi dieci anni. In tutto centocinquanta metri quadrati di spazio, divisi in due vani, di proprietà del Comune di Porcari che potrebbe cederlo, in comodato, alla Soprintendenza che lo gestisce. Ma la situazione è d'emergenza. Il deposito infatti, nato sulla scia dei ritrovamenti archeologici del "parco delle Cento Fattorie", nella striscia di confine fra Capannori e Porcari, dovette essere svuotato nel 2008 per fare fronte a un problema di sicurezza. Il materiale giacente, ricostruisce Ciampoltrini, fu incapsulato e ricoverato altrove. Dopo i lavori di messa in sicurezza, tutte le casse di reperti - compresi i resti dei neonati di epoca romana - sono stati riportati nel deposito, lasciati per terra o appoggiati su scaffalature metalliche allestite alla meno peggio. Due anni dopo la situazione non è cambiata di un millimetro. Di nuova fattura ci sono i lavandini per lavare i reperti, solo questi. Gli archeologi che usano il laboratorio per lavare, ricostruire, restaurare pezzi ritrovati, lavorano su quattro banchi verdi di formica, banchi di scuola riciclati. Il problema sono i soldi, che mancano. «La Soprintendenza - dice Ciampoltrini - dispone annualmente per la zona di Lucca e della Valle del Serchio, di Valdera e Valdarno pisano, di un trasferimento di 15mila euro dal ministero. Contavamo sui 40mila euro che, nel 2009, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca aveva trasferito alla Provincia che doveva destinarli al progetto delle Cento Fattorie. Ho chiesto quei soldi, o parte di essi, un anno fa: li avrei utilizzati per sistemare il deposito. Ma non ho mai ricevuto risposta dalla Provincia». Da Palazzo Ducale, la risposta arriva oggi: i 40mila euro sono stati già spesi, per incarichi legati al progetto delle Cento Fattorie. Di fatto non ci sono più, e non ci saranno per il deposito dentro il Cavanis. Una delusione ulteriore anche per il Comune di Porcari, il cui assessore alla cultura - Lori Del Prete - dice che «il deposito laboratorio è un luogo importantissimo anche se non nascondo che potrebbe rappresentare il prolungamento ideale della biblioteca comunale che si trova al piano terreno. Ma siamo convinti che debba rimanere. Il nostro sogno è trasformarlo in un luogo di visita, un percorso didattico per le scuole, meglio se guidato. Anche se qui c'è bisogno di una esposizione permanente, per far vedere il materiale che c'è». Ma il problema è il solito: i soldi non ci sono.
TOSCANA- LUCCA. Preziosi reperti in cassette per terra
Il deposito archeologico al secondo piano dell'istituto Cavanis di Porcari, in provincia di Lucca, contiene reperti archeologici provenienti da vari scavi nella piana lucchese. Tra i reperti, i resti di sei neonati di epoca romana, avvolti nel cellophane e sistemati su un pancale. I resti sono stati lasciati per terra o appoggiati su scaffalature metalliche per circa cinque anni. La Soprintendenza non ha i soldi per restaurarli. La Fondazione Banca del Monte ha offerto 90mila euro per il restauro, ma la Provincia di Lucca non ha risposto alle richieste del funzionario della Soprintendenza.
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