Valentino Baldacci è Condirettore del Master in Comunicazione del Patrimonio Caro direttore, quello del nominalismo sembra essere uno dei difetti costitutivi del nostro carattere nazionale. Questa è la prima reazione all'articolo pubblicato ieri sul Corriere Fiorentino in cui Tomaso Montanari chiede di smetterla con il chiamare beni culturali... i beni culturali. Una provocazione che nasconde un problema terminologico vero: infatti il senso economicistico contenuto nella parola «beni» non si attenua se usiamo invece «patrimonio culturale»; ma anche nelle altre lingue non cambia molto: i francesi parlano di «patrimoine», e anche l'inglese «heritage» rimanda a qualcosa di economico. Montanari sostiene cose sensate e largamente condivisibili: «Dobbiamo lottare per una politica culturale che non miri all'immagine ma alla qualità della vita intellettuale»; oppure: «E' vitale combattere per la salvezza del nostro patrimonio artistico». Però da tutto l'articolo emerge la consueta concezione del patrimonio culturale come qualcosa che va tutelato e conservato mentre sulla fruizione del medesimo, sul modo in cui i cittadini, anche i non specialisti, possono avvicinarsi ad esso non si spende una parola. Insomma, di fatto si ripropone la contrapposizione fra tutela e valorizzazione, buona la prima, meno la seconda. Ma se si fa il piccolo sforzo di collegarsi in Internet con i siti del Metropolitan Museum o del Louvre, ci si rende subito conto del clima del tutto diverso che vi si respira rispetto ai musei statali italiani. Da noi l'enjoiment (malamente tradotto con «diletto»), uno degli elementi definitori del museo secondo l'Icom (International Council of Museums), è del tutto assente. E' del tutto sconosciuta la concezione del museo come luogo piacevole, di promozione culturale in vari campi connessi fra loro (programmi di concerti, di cicli di film, di conferenze ecc. presenti nei programmi dei musei sopra citati e in tanti altri), ma anche una socializzazione, che trasformi il museo in un momento di incontro fra persone interessate alla promozione culturale. Anche lo store è avvertito come semplice «servizio aggiuntivo» come sprezzantemente lo definisce il Codice e non quale luogo che contribuisce al generale senso di benessere che si avverte quando si entra in uno dei principali musei all'estero. E non è soltanto un problema di risorse, ma culturale, di formazione del personale dei nostri musei. Il personale delle nostre Soprintendenze è, per riconoscimento generale, uno dei migliori al mondo nel campo della conservazione e del restauro; ma non ha alcuna formazione (e non certo per propria colpa) per quanto riguarda la gestione museale, che significa anche comunicazione, marketing museale; insomma vedere il museo come luogo di cultura rivolto al pubblico e non soltanto come luogo di conservazione di collezioni. E' da un'impostazione culturale tutta centrata sul primato assoluto della conservazione e sulla trascuratezza della valorizzazione che nasce la contrapposizione fra mostre e musei evocata da Montanari, che sa benissimo come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in tanti altri Paesi le mostre sono promosse dai musei e che questa contrapposizione è priva di senso, quando non nasconde il rifiuto di una cultura viva, fatta di idee e non solo di conservazione. Si prenda come esempio quello della Fondazione Palazzo Strozzi, che con la direzione di James Bradburne ha adottato proprio la linea culturale prima indicata come caratteristica dei maggiori musei occidentali: fare di Palazzo Strozzi un luogo di enjoiment, di piacevole godimento di iniziative culturali di alto livello. Nonostante Palazzo Strozzi sia una sede espositiva e non un museo con le sue collezioni permanenti, questa esperienza fiorentina potrebbe insegnarci tante cose anche nella gestione dei musei.
Il catalogo estero dei beni culturali
Valentino Baldacci, Condirettore del Master in Comunicazione del Patrimonio, ha scritto un articolo sul Corriere Fiorentino in cui Tomaso Montanari critica il chiamare beni culturali "beni culturali" e sostiene che la politica culturale dovrebbe mirare all'immagine e alla qualità della vita intellettuale. Montanari sostiene che la tutela del patrimonio artistico è vitale, ma che la fruizione del medesimo non viene tutelata. L'articolo di Montanari è stato criticato da Baldacci, che sostiene che la contrapposizione fra tutela e valorizzazione è priva di senso e che la cultura viva è fatta di idee e non solo di conservazione.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo