Tutti i luoghi della cultura chiuderanno un giorno per non chiuderne mille Ventuno centesimi per la cultura ogni cento euro e una spesa pro-capite che si aggira intorno ai venticinque euro: poco più di una pizza e una coca cola. Questo vale il patrimonio artistico italiano secondo la manovra di Tremonti («la cultura non si mangia», aveva chiosato il ministro per difendere i tagli indiscriminati che annunciava), nonostante la cifra irrisoria non corrisponda alla vastità e ricchezza dei beni né all'impegno delle famiglie che, pur in tempo di crisi, hanno dimostrato di volersi «nutrire» non solo di angoscia, ma anche di mostre, libri, musica, cinema, teatro. La cultura, infatti, ha rappresentato il sette per cento delle uscite del bilancio «domestico», proprio perché non viene vissuta come un inutile orpello, ma è un fattore di benessere nelle società evolute. Così, al cospetto della cugina Francia che mette da parte quarantasei euro a persona perla valorizzazione dei suoi musei, monumenti e luoghi di spettacolo, in Italia si bypassano anche le più elementari leggi dell'economia: sono ben novecentomila le imprese legate al settore, fra promozione, conservazione e creatività, aziende che offrono servizi e occupazione, permettendo la conoscenza e la fruizione di un patrimonio che è collettivo. Di fronte alla cecità governativa che decurta, con la mannaia, circa duecentottanta milioni di euro al ministero per i beni e le attività culturali e aggiunge al disastro anche le riduzioni di budget alle amministrazioni locali (l'intero settore potrebbe perdere ottocento milioni nel prossimo biennio), il mondo della cultura ha deciso di mobilitarsi e di mettere in scena una clamorosa protesta, mai attuata prima d'ora in questa forma. Il 12 novembre, in Italia, non si potrà entrare in nessun museo né sito archeologico né biblioteca: battenti serrati, accesso vietato, dal sud al nord, per cercare di sfondare il muro di sordità della politica, sensibilizzare l'opinione pubblica e far comprendere, una volta per tutte, che senza cultura non esiste civiltà e che fame a meno è controproducente. Perché la manovra di Tremonti è talmente violenta e «ignorante» nel suo complesso che può portare alla paralisi totale del settore (in alcuni casi, le risorse sono state tagliate dell'ottanta per cento rispetto al 2009), con buona pace delle cospicue entrate prodotte dal turismo e delle voci in attivo di molti enti locali che possono contare su siti di straordinario valore storico e artistico. Da Roma a Venezia passando per Bari e Matera senza dimenticare Agrigento con la sua Valle dei Templi, lo slogan sarà unico: «Porte chiuse, luci accese sulla cultura». L'iniziativa è stata promossa da Federculture e dall'Anci (Associazione nazionale comuni italiani), con il sostegno del Fai (Fondo ambiente italiano). Una protesta bipartisan: non tutte le amministrazioni locali condividono lo stesso orientamento politico. Hanno, però, una medesima preoccupazione: alcune norme potrebbero ledere le prerogative di autonomia degli enti territoriali, infrangendo un diritto costituzionale e cancellando così l'«agenda» culturale. Senza finanziamenti, infatti, è impossibile una programmazione delle attività.
Chiusi per restare aperti. Il 12 scoppia la protesta dei musei e dei siti storici
In Italia, il patrimonio artistico e culturale è stato colpito duramente dalla manovra di Tremonti, che ha previsto tagli significativi per il ministero per i beni e le attività culturali. La cultura è stata considerata un "orpello" e le risorse sono state ridotte drasticamente. Il settore culturale è stato colpito duramente, con imprese che offrono servizi e occupazione che potrebbero perdere ottocentomila euro nel prossimo biennio. In risposta, il mondo della cultura ha deciso di mobilitarsi e di organizzare una protesta, con battenti serrati in tutti i musei e siti archeologici, biblioteche e altri luoghi di cultura.
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