PRESIDENTE LEGAMBIENTE TOSCANA Il territorio toscano, come del resto altri nel nostro Paese, è fragile. Dal dossier emerge infatti che il 98 dei comuni toscani ha almeno un'area soggetta a rischio. Se poi aggiungiamo che siamo in piena crisi climatica, non possiamo non rilevare che oggi è necessario riconvertire le nostre attività economiche (tutte) in chiave ecologica. Come non possiamo esimerci dall'analizzare quali siano state le principali cause che hanno creato il brodo di coltura per il ripetersi di questi eventi catastrofici. Veniamo da una stagione, durata circa un trentennio, di pianificazione urbana e territoriale molto disordinata. Per essere più chiari: si è costruito troppo, si è costruito male e, soprattutto, si è costruito dove non si sarebbe mai dovuto costruire. Interi quartieri pianificati in aree di esondazione, zone industriali eo terziarie edificate sotto il livello dei fiumi, corsi d'acqua irrigiditi attraverso la costruzione di argini sempre più alti, spesso presentati quale soluzione del problema e che hanno invece aggravato di molto la pericolosità idraulica delle aree a valle e dato l'illusione della sicurezza ai cittadini. Si aggiunga poi la necessità del fare cassa a livello governativo centrale, coi ripetuti condoni edilizi che hanno favorito gli abusi dei più spregiudicati. In questi anni non si è scommesso sulla difesa del territorio, non sono stati incentivati gli interventi virtuosi di prevenzione e anzi i Comuni si sono visti tagliare i fondi per i servizi, per la cui attuazione l'unica entrata certa è ad oggi rappresentata dagli oneri di urbanizzazione. Le richieste pressanti di nuove concessioni edilizie da parte dei cittadini hanno completato il quadro. Per cambiare scenario occorre una rivoluzione culturale delle amministrazioni locali, delle imprese, delle comunità. Un Patto per il territorio che si sostanzi dal basso, con la messa in opera di buone pratiche locali. Per uscire una volta per tutte dalla logica emergenziale post-disastro, che tra l'altro è foriera di non poche aberrazioni, e puntare sulla cura territoriale che offre anche la possibilità di buona occupazione. Ci vogliono soldi senza dubbio, ma bisogna anche sapere dove e come impiegarli. E sapere che talvolta è meglio non intervenire e lasciar fare alla natura per evitare danni peggiori; sapere che gli interventi necessari vanno fatti a scala di Bacino, partendo dal rallentamento dei deflussi in montagna e in collina; e prendere atto che in alcuni casi l'unica strada risolutiva ed economicamente conveniente è quella della delocalizzazione degli edifici e delle attività presenti nelle aree a rischio, quand'anche legali. Tutti i rapporti scientifici affermano oggi che ci vuole più tutela della natura per ridurre il rischio idrogeologico. Rischio che non sarà mai zero e quindi in maniera informata e responsabile è necessario imparare a conviverci.
Territorio, serve una rivoluzione
Il territorio toscano è fragile e il 98 dei comuni ha aree soggette a rischio. La crisi climatica è un fattore che contribuisce a questo problema. È necessario riconvertire le attività economiche in chiave ecologica e analizzare le cause del ripetersi di eventi catastrofici. La pianificazione urbana e territoriale è stata disordinata, con costruzioni in aree di esondazione e corsi d'acqua irrigiditi. I condoni edilizi hanno favorito gli abusi e non sono stati incentivati gli interventi di prevenzione. Per cambiare scenario, è necessario una rivoluzione culturale delle amministrazioni locali, delle imprese e delle comunità.
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