"Non si imita né si descrive ma si produce. La novità di adesso è che non ci sono più movimenti ma persone che lavorano per conto proprio" "Oggi gli autori non cercano più giustificazioni esterne: la verità o la descrizione della realtà. Quello che fanno è fine a se stesso" Il filosofo ha teorizzato limportanza del pop "Da Warhol a Koons si impone l oggetto svincolato dal senso estetico comune" In questi giorni esce da Carocci un libro importante, Arthur Danto: un filosofo pop, di Tiziana Andina (pagg. 144, euro 14,50), la prima monografia completa sul lavoro di Arthur Danto, nato nel 1924, a lungo professore di filosofia dellarte alla Columbia University di New York, autore di libri su Nietzsche, la filosofia della storia, la teoria della conoscenza, ma famoso soprattutto per la sua riflessione sullavanguardia artistica. In particolare, in La trasfigurazione del banale (1981, tradotto da Laterza nel 2008), Danto ha analizzato il gesto avanguardistico per eccellenza, il "ready-made", per cui qualsiasi cosa può in determinate condizioni diventare unopera darte. Ferraris. Caro Arthur, vorrei sottoporti un caso recente di "trasfigurazione del banale". Lanno scorso ero a passeggio con il pittore Valerio Adami che aveva al guinzaglio Ego, il suo bassotto. In molti si fermavano ad ammirarlo e a un certo punto decidemmo di dire che Ego era stato esposto al MoMa. Nessuno (apparentemente) si stupì più di tanto, perché ci si è assuefatti al gesto di Duchamp, che nel 1917 espose un orinatoio in una galleria, con quella che retrospettivamente appare non come una dissacrazione, ma come una consacrazione. Lo prova latteggiamento dei fruitori, che dicono uniformemente "bello, bello" di fronte a opere che non necessariamente sono belle, e che talvolta non vogliono affatto essere belle, come hai sottolineato in Labuso della bellezza (2003, tradotto da Postmedia nel 2008). In quel libro trovi dei buoni motivi per unarte che non si voglia più bella, ma io mi chiedo: in un mondo in cui ci sono le donne e gli uomini più belli di tutti i tempi, i vini e i cibi migliori (spesso anche nei ristoranti dei musei), i design più eleganti (per esempio nellarredo delle gallerie), lartista che dice che la bellezza non è più tra le sue priorità non si comporta un po come nella favola della volpe e delluva? Danto. Duchamp detestava sinceramente quella che chiamava "arte retinica", ovvero larte che dà piacere allocchio. È vero che il mecenate Walter Arensberg disse dellorinatoio che "una forma dallaspetto piacevole era stata rivelata, liberata dai suoi scopi funzionali", e il ready-made più di successo di Duchamp fu un pettine di metallo, uno strumento da toeletta per cani, intitolato Comb, che senza dubbio era in attesa di Ego. Ma cè da dubitare che la piacevolezza fosse nelle intenzioni di Duchamp, che ha detto testualmente: "La scelta dei ready-made non è mai stata dettata dal piacere estetico". Ora, è vero che i musei traboccano di cose bellissime splendidi visitatori, souvenir accattivanti, piatti raffinati. Stando alla tua prospettiva, questo significherebbe che è futile esporre un oggetto estetico, tanto verrebbe rapidamente coperto da pezzetti di bellezza che emergono dalla atmosfera di contorno del museo. Ma non credo che sia necessariamente così: i musei sono anche pieni di individui come il sottoscritto, che non è poi così bello, e la forza del ready-made sta proprio nel fatto che resiste alla bellezza dello sfondo. Ferraris. Però si potrebbe facilmente obiettare che senza la bellezza dello sfondo il ready-made sarebbe irrilevante o radicalmente banale, pensa a un orinatoio in una discarica. E poi siamo sicuri che il Novecento abbia compattamente rinunciato alla bellezza? Prendiamo Warhol, al quale hai dedicato recentemente un volume (Andy Warhol, 2009, tradotto questanno da Einaudi). I suoi non sono autentici ready-made: esattamente come la Pietà di Michelangelo (e diversamente dallorinatoio o dal pettine) il Brillo Box è fabbricato per essere unopera: è più grande del prodotto commerciale, è di un materiale diverso e più durevole, e non contiene pagliette per pulire le pentole. Soprattutto, Warhol investe di una fortissima carica estetica le sue opere: magnifica, alla lettera (cioè, rende più grandi, ed evidenti) le zuppe Campbells, i Brillo Box, e ovviamente le Marilyn Monroe e le Liz Taylor, per un semplice e decisivo motivo, e cioè che sono belle. Insomma, il Pop è una riabilitazione in grande stile proprio dell"arte retinica", se non altro perché i prodotti dei supermercati devono attrarre i clienti. Danto. Quello che dici a proposito della differenza tra Warhol e Duchamp è vero, almeno per ciò che concerne la differenza tra i ready-made di Duchamp e le scatole da supermercato di Warhol. Tuttavia entrambi condividono quello che secondo me è lassunto centrale dellarte contemporanea, come ho cercato di spiegare in Dopo la fine dellarte (1997, tradotta da Bruno Mondadori nel 2008), e cioè che larte non ha più bisogno di giustificazioni filosofiche che dicano quanto è vera o adatta a cogliere la realtà, e nemmeno ha bisogno di giustificazioni estetiche, che dicano quanto è bella. Duchamp e Warhol hanno capito che larte vuole essere solo sé stessa, senza lintervento di mediazioni e di mediatori. Platone condannava larte dicendo che era imitazione di imitazione, copia delle cose del mondo che a loro volta copiavano le idee. Duchamp e Warhol hanno detto che larte non copia cose del mondo, ma piuttosto ne produce: le Brillo Box non sono limitazione delle scatole dei supermercati, più di quanto lorinatoio sia limitazione di un orinatoio, si tratta di una strategia completamente diversa che rompe con la tradizione dellarte come imitazione. Sotto questo profilo, Duchamp e Warhol hanno molto in comune, e in generale i due si assomigliavano sotto diversi aspetti, compresa la passione per vestire indossando abiti dellaltro sesso. Entrambi hanno contribuito a cambiare per sempre la storia dellarte. Ferraris. E il senso comune, come dimostra la docilità con cui le persone sembravano magari solo per educazione accettare lidea che Ego fosse unopera darte, subendo una intimidazione che vale per le arti visive molto più che per la letteratura e in fondo non si applica nemmeno al design. Forse fare teorie dellarte basandosi su Duchamp è come fare teorie sul matrimonio ispirandosi a Barbablù, ma il punto non è questo. NellOttocento il pubblico si indignava per gli impressionisti, oggi accetta di tutto, almeno a parole. Lavanguardia, dunque, si è realizzata, e la buona domanda sarebbe sapere se oggi esiste ancora. Danto. Di certo è finito il modernismo, non ci sono più movimenti, come limpressionismo, il post-impressionismo e via dicendo. E per quel che riguarda il fare arte vero e proprio, sta riemergendo qualcosa di simile alla vecchia bottega, Jeff Koons, per esempio, ha più di cento artisti che lavorano per lui. E poi ci sono delle caratteristiche connesse alla globalizzazione. Qualche anno fa, qualcuno si è preso la briga di contare quante biennali dellarte ci sono ogni anno. Erano circa 250. Nessuno potrebbe visitarle tutte, e in quegli spazi molto più grandi delle gallerie larte deve catturare locchio, e gli investitori sono interessati soprattutto agli "artisti emergenti". Se sei un artista emergente, senti i passi degli artisti emergenti che ti stanno dietro. Cosa capita quando sei emerso? Te ne stai per conto tuo. Ferraris. E oggi chi preferisci? Danto. Oggi il pittore più importante, per me, è Cy Twombly. Ma ce ne sono dozzine. I miei preferiti sono astratti: Robert Mangold, David Reed, e Sean Scully. Ma ammiro anche John Curran, che dipinge tele realistiche, con un tocco di pornografia, o Annette Lemieux, che è notevole per la moralità e larguzia delle sue opere. Il punto principale è che non esiste uno stile contemporaneo. Cosa hanno in comune Cy Twombly, Mathew Barney o Marina Abramovic?