MASSA. Ora quelle frane che hanno seminato morte e distruzione, scese a perdifiato per poche decine di metri, cieche nella loro determinazione e crudeli negli effetti, sembrano unghiate. Sfregi sulle colline che hanno per sfondo le Apuane, punteggiate di case che si sono moltiplicate come in un'epidemia, riempiendo la pianura, gli argini dei torrenti, i crinali più scoscesi. Dalla fine della guerra al 1980, anno in cui il Comune di Massa si dotò del primo piano regolatore, ne sono state costruite 11mila. Tutte abusive, s'intende, perché venute su in assenza di qualsivoglia regolamento capace di temperare la corsa al mattone, irrefrenabile negli anni del boom economico. Ma continuata anche dopo, quando la spinta cementificatoria ha aggirato, piegato, sbeffeggiato ogni strumento urbanistico vigente. A Massa come altrove si è costruito senza calcolare il rischio idrogeologico, i cambiamenti climatici e i vincoli paesaggistici. Di notte le colline sembrano presepi, punteggiate dalle luci dei privati e da quelle della pubblica illuminazione. Centinaia di persone vivono sulle alture, da Altagnana a Canevara, da San Carlo a Bergiola. Le loro case sono costruite su pendii ripidissimi, su appezzamenti rubati ai boschi di pini e castagni che affondano le radici nel calcare. Quando piove, la terra diventa come solubile, si trasforma in una poltiglia gelatinosa che scivola a valle senza che nessuno riesca ad arginarla. Chissà quante frane sono venute giù durante i secoli, quali allagamenti hanno prodotto i torrenti Frigido e Parmignola. Solo che le case non c'erano. Il sindaco di Massa, Roberto Pucci, ricorda che il nucleo storico di Lavacchio esiste da decine di anni: «Ma poi si è continuato a costruire. Alcuni edifici erano abusivi e sono stati condonati; altri sono venuti su, in regola con il piano regolatore». Perché i diritti di edificazione acquisiti attraverso gli strumenti urbanistici sono implacabili e irreversibili, al pari del tempo. Chi ha titolo per farsi la casetta, non recede neppure di fronte al rischio idrogeologico. E perché da quelle parti i prezzi sono più abbordabili rispetto alla pianura e al costoso litorale. Però i terreni sono fragili. Nella vicina Castagnetola, poco a valle di Lavacchio, è stato sufficiente iniziare i lavori in un cantiere perché tre case più a monte finissero danneggiate. E a Mirteto, dove la frana ha sepolto il camionista e gli abusi condonati sono la regola, nella primavera del 2009 furono evacuate 11 persone: bastò una notte di pioggia intensa per far scattare l'allarme rosso. Ma gli episodi non si contano più. Gli smottamenti hanno minacciato di volta in volta i paesi di Forno, Antona, Altagnana, Casette, Guadine, Casania, Gronda, Canevara. Insomma, buona parte delle colline apuane, che con i mutamenti climatici scoprono le proprie fragilità idrogeologiche. Ma la sensazione è che ormai sia tardi. Benché il nuovo piano strutturale preveda un giro di vite, i danni procurati dal cemento ai friabili rilievi costieri sono irreversibili. Basta un evento non routinario, come quello dell'altro giorno quando in 30 ore sono caduti 220 millimetri di pioggia, che fango e sassi prendano a correre giù dai pendii. Nessuno, ieri, sapeva con precisione quante sono le "unghiate" che hanno sfregiato le colline. Venti, secondo la Protezione civile. Una trentina, stando a un calcolo più preciso. «Il nostro territorio non regge - spiega Fabrizio Magnani, vicepresidente della Provincia - Campagna e montagna sono state abbandonate». Anche i boschi, che nessuno coltiva più: gli alberi crescono fino a quando vengono abbattuti dal vento e dalla pioggia. Cadono e le loro radici provocano larghe fenditure nel terreno, che assorbono l'acqua fino a inzupparsi e a scivolare in basso. «Le manutenzioni sono carenti e le tombature dei canali pericolose - dice Carlo Milani, ingegnere idraulico - Solo nelle città di Massa e di Carrara si calcolano 30 chilometri di canali tombati. Mi chiedo, qual è il loro stato di manutenzione, quali materiali si sono depositati all'interno, quale tipo di ostacolo possono frapporre a un'ondata di piena?». Modellare la natura, costringerla a sottostare alle trasformazioni urbane, addomesticarla con il cemento armato, sono facce diverse della medesima corsa al mattone, con lo scopo di garantire gli interessi immobiliari. Però nessuno pensava che dall'inizio dell'anno sulla sola Massa cadessero 1500 millimetri di pioggia, capaci d'infiacchire la tenuta dei terreni e alimentare le sorgenti sotterranee, che all'improvviso hanno ripreso a sgorgare ai lati delle colline. A Mirteto, ad esempio, il Comune è intervenuto a monte con dei micropali per fermare lo smottamento. Ma l'acqua, domenica scorsa, è zampillata più a valle, mescolandosi con il calcare del terreno e dando vita a un fiume gelatinoso, irrobustito - nell'effetto distruttivo - da massi enormi. Il vero problema è che nessuno pare abbia soluzioni. Il mantenimento dei boschi è una spesa fuori portata per gli enti locali, a malapena in condizione di rattoppare le strade avvallate. L'unica possibilità di prevenzione sta nella vigilanza: «Dobbiamo riuscire a portare via l'acqua prima che si accumuli - dice Giuliano Arrighi, che alla Provincia di Massa è capo settore ai lavori pubblici - Ma a Lavacchio nessuna fenditura del terreno ha fatto scattare l'allerta, tant'è che i due tronconi della strada sono rimasti intatti». La matassa del tempo non può essere riavvolta. Ma se così non fosse, oggi tutti costruirebbero altrove. A partire da chi abita quelle case abbarbicate sui monti, ogni sera costretto a chiudere gli occhi con l'incubo che un fiume di fango arrivi per prenderti la vita e i sogni.