tante domande sul centro storico di Napoli, (quasi) tutte legittime. Brutto segnale tuttavia quando le parole non si aggiungono ai fatti ma li sostituiscono. Ciò significa che nulla di concreto sta accadendo. Eravamo pronti per partire con i restauri, ma siamo fermi per la decisione della Regione di sospendere i finanziamenti. Come parziale giustificazione fornita dai vertici regionali, valgono le difficoltà di bilancio; non valgono, anzi irritano, le sbrigative stroncature del programma redatto dal Comune. Sui documenti politico-progettuali complessi, si discute nel merito, non si fa propaganda. Dunque, in mancanza di fervore edilizio nel centro storico, ferve il solo dibattito al quale in ogni caso non mi sottraggo. Però questa volta, sono io che pongo una domanda preliminare: doverano, dove sono la società civile, gli intellettuali, le associazioni culturali di tutela, il mondo delluniversità, degli istituti di cultura quando è stata presa la grave decisione di sospendere i fondi per il restauro del centro storico Unesco di Napoli? Ci sono state lodevoli eccezioni su Repubblica da Tessitore a Donatone, Iaccarino, Pica Ciamarra, allo stesso Giulio Pane, al di là delle differenti visioni che abbiamo sul tema ma non ho visto in giro né manifesti da firmare né capannelli di protesta sotto il palazzo della Regione in via Santa Lucia. Su argomenti come questo, lopinione pubblica ha strumenti di persuasione più forti della stessa politica. Forse, unonda di qualificata e sdegnata protesta avrebbe conseguito almeno lobiettivo di ottenere una risposta sulle prospettive del programma. Ripeto la domanda ai referenti culturali citati in precedenza: perché questo non è accaduto? Nellattesa, ritorno ai doveri istituzionali e rispondo ad Aldo Aveta, stimato collega universitario e ultimo richiedente in ordine di tempo sulle pagine di Repubblica del 28 ottobre. In sintesi, i rilievi critici sono riconducibili a tre: disaccordo sul programma approvato da Comune, Regione, Soprintendenza e Curia; scetticismo sulla efficacia del Piano di gestione nella soluzione dei problemi del centro storico; perplessità per la prevalenza di esperti non napoletani nel gruppo di studio. Comincio dagli ultimi due, perché più semplici da spiegare. Lefficacia del Piano di gestione dipenderà dalla sua qualità politica e progettuale e soprattutto dalla capacità operativa degli amministratori nelle cui mani sarà affidato. Di più, ragionevolmente, non si può aggiungere, a meno di non cadere nella litania delle banali autocelebrazioni dicendo che stiamo lavorando con serietà e impegno (vorrei conoscere chi attesta il contrario). Quanto alla maggioranza degli esperti forestieri, non napoletani, il rilievo è inesatto. In un precedente articolo ho citato gli esperti chiamati da Unesco. Riporto ora un primo elenco di consulenti napoletani: Amedeo Di Maio e Piero Rostirolla per leconomia, Luigi Maffei per lambiente, Pierluigi Coppola per la mobilità, Sergio Sciarelli per il turismo, Isaia Sales per la cultura, Maurizio Iaccarino per il rapporto con le associazioni, Mario De Cunzo per il restauro. Si tratta di esperti chiamati su base fiduciaria e senza retribuzione. I loro nomi non sono secretati perché hanno già partecipato a seminari e incontri pubblici riportati dalla stampa e dal sito del Comune di Napoli. Chiunque voglia fornire il proprio contributo alle stesse condizioni, sarà accolto con favore. Questo gruppo di studiosi si aggiunge agli esperti Unesco, alla società Siti del Politecnico di Torino, a Icomos, a Sirena, ai tecnici del Comune di Napoli e della Soprintendenza. A dicembre ci saranno gli incontri con la città per presentare la bozza di Piano. Vengo al punto più importante, il disaccordo di Aldo Aveta con alcune scelte del programma in ordine alle aree e ai complessi inseriti, alle funzioni assegnate. Problemi seri e complicati. Semplifico, di necessità. Avevamo due modelli estremi lungo i quali muoverci: disseminare gli interventi su tutto il centro storico, concentrarli in una sola area. Li abbiamo concentrati sulla vasta area del centro antico, la cosiddetta zona dei decumani (circa il 60 per cento); li abbiamo disseminati in altre cinque zone del centro storico con il criterio di determinare nuclei di rigenerazione urbana in grado di espandere effetti positivi in un conveniente intorno edilizio: dalla fascia costiera allarea monumentale attestata su piazza Municipio ai quartieri Spagnoli a Pizzofalcone alla Sanità-Vergini. Per la scelta dei complessi monumentali e delle funzioni da attivare, molto è dipeso dal limite delle risorse disponibili e dal regime di proprietà. Margini di miglioramento a queste proposte ci sono e sono piuttosto ampi, dal momento che stiamo parlando di un programma negoziato con la città e altri tre soggetti istituzionali. Chiusura necessariamente ottimista, perché siamo nel momento di maggiore indeterminatezza per le sorti del centro storico di Napoli. Spero che dal Forum delle culture possa venire una nuova opportunità per riaprire il confronto con la Regione; confido nellampia disponibilità già manifestata da Marcello Taglialatela che a breve sarà delegato dalla Presidenza regionale a occuparsi anche del Piu Napoli centro storico. Lautore è assessore comunale allEdilizia