Prima ancora del maltempo, è piuttosto il malgoverno che causa il dissesto del territorio, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ne derivano. Le responsabilità politiche e amministrative, a livello centrale o locale, si possono onestamente ripartire fra centrodestra e centrosinistra. Ma non cè dubbio che finora il governo in carica ha fatto di tutto per aggravare ulteriormente la situazione, rinunciando ad adottare i provvedimenti e le misure che sarebbero stati necessari. E in particolare, tagliando a qualsiasi livello i fondi per la salvaguardia del suolo, per la tutela dellassetto idro-geologico e per la protezione dellecosistema. Nellultimo biennio, in base a un consuntivo di Legambiente, sono stati stanziati appena 237 milioni di euro per fronteggiare le principali emergenze: dalle frane di Messina a quella di Montaguto, in provincia di Avellino, che ha isolato per mesi la Puglia nei collegamenti ferroviari. Questanno i finanziamenti per la difesa del suolo sono scesi a 55 milioni di euro, 19 in meno rispetto al 2009. Ma, secondo la denuncia del Wwf Italia, è lo stesso ministero dellAmbiente a rischio di scomparsa. Dal 2008 al 2010, le risorse a sua disposizione sono state ridotte di due terzi, passando da un miliardo e 649 milioni di euro a poco più di 500 milioni: tanto da suscitare perfino le proteste di un ministro abitualmente remissivo come Stefania Prestigiacomo. Né vanno trascurate le responsabilità delle amministrazioni locali, a cominciare dai Comuni, spesso colpevoli di distribuire indiscriminatamente concessioni e licenze edilizie per fare cassa e coprire i buchi di bilancio. Oppure, in molti casi, per alimentare le clientele elettorali di questo o quel sindaco, di questo o quellassessore. O addirittura, per motivi ancora meno rispettabili e più materiali, inoculati dal virus della corruzione. È così che, in assenza di una corretta politica del territorio o anche solo di una gestione imperniata sullordinaria manutenzione, avanza imperterrita la cementificazione del suolo, continua lalterazione dei corsi dacqua, prosegue la manomissione idro-geologica. A tutto ciò, saggiungono poi gli usi e gli abusi speculativi. E infine, per completare un quadro già fosco, gli effetti perversi dei condoni che premiano i cattivi cittadini e puniscono quelli più onesti. Questa è proprio "lItalia delle alluvioni", come la definisce il Wwf in un recente documento, avvertendo che «i nostri fiumi sono bombe a orologeria». E i dati lo confermano in modo inequivocabile: dal 1956 al 2001, la superficie urbanizzata è aumentata del 500; mentre dal 90 al 2005 abbiamo "consumato" unestensione complessiva di tre milioni di ettari, pari a due regioni come il Lazio e lAbruzzo. Il territorio del Malpaese ha raggiunto ormai il 10 di urbanizzazione media nazionale, con punte anche superiori come in Veneto. E ciò significa che non è più possibile tracciare un cerchio di 10 chilometri di diametro senza imbattersi in un centro urbano. Proprio nellambito dell"Operazione fiumi 2009", condotta in collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile, Legambiente ha realizzato un monitoraggio regione per regione delle attività amministrative comunali. I risultati sono sconfortanti. Sullintero territorio nazionale, sono 5.581 i Comuni a rischio di frane e alluvioni, vale a dire il 70 del totale. Non cè manutenzione. Non si mettono in sicurezza i corsi dacqua e non si consolidano i versanti franosi. Si fa poco o nulla per prevenire e mitigare il rischio e, soprattutto, per limitare i pericoli e i danni per i cittadini. Eppure, i fiumi sono storicamente una fonte di ricchezza e di prosperità per tutti i popoli. Erodoto diceva non per nulla che «lEgitto fu il dono del Nilo». E in effetti, fin dalletà della pietra, è stato proprio il fiume più lungo del mondo a promuovere una grande civiltà antica come quella egiziana. Al di qua del Mediterraneo, nellItalia di oggi, i nostri fiumi dissestati rischiano invece di diventare un simbolo di degrado e dinciviltà.